Immagina una sera nordica: il palco di un piccolo
club, luci calde, un pubblico raccolto e quel tipo di intimità che solo la
musica folk sa creare. Torgeir Waldemar sale con la sua chitarra voce asciutta,
fraseggio semplice e apre la porta di Mercy.
Quello che ascolti non è un disco pensato per la radio ma per il contatto
diretto, per la vendita al termine del concerto (la copia rossa «limited tour
edition» lo conferma). È musica che riporta il suono al centro: corde, voce,
qualche intervento di fiddle e banjo, cori discreti, e un lavoro di produzione
che privilegia il calore analogico.
Torgeir Waldemar dalla Scandinavia, artista che opera
nel territorio del folk/world/country si
presenta in questo lavoro nella duplice veste di interprete e compositore:
voce e chitarra sono sue, la maggior parte dei brani recano la sua firma. Dalle
note di produzione emerge una rete creativa costante: collabora strettamente
con Michael Barrett Donovan (backing vocals, fiddle, banjo,
co-produttore su molte tracce) e con il produttore/tecnico Anders Møller,
che cura registrazione e mix. Il mastering di Vegard Kleftås Sleipnes e
la incisione su acetato presso SST denotano una cura artigianale per il formato
fisico e per la resa sonora cosa che ben si accorda con una scena scandinava
che in questi anni ha rivalutato l’artigianato della registrazione analogica e
la fisicità del vinile.
Non ho qui l’intera biografia in dettaglio: quel che
si percepisce però è un artista ormai a suo agio nel mescolare radici folk e
sensibilità contemporanea, capace di scrivere canzoni che funzionano in
acustico come su disco. Mercy appare come un punto di una
tappa pensata per il pubblico dal vivo e per gli appassionati del vinile.
Negli ultimi anni la scena folk nordica ha coltivato
due tendenze apparentemente opposte ma complementari: da una parte la polifonia
tradizionale, dall’altra un folk minimalista, intimista e internazionale che
assorbe country americano, blues e cantautorato. Mercy si colloca in
questo secondo filone: non è un disco di etnografia ma di sintesi sonorità
familiari (banjo, fiddle) trattate con sensibilità moderna. La scelta di
incidere in strutture come la Schallplattenfabrik Pallas testimonia anche una volontà estetica: un
suono caldo, vicino al live, con attenzione alle sfumature timbriche del
vinile.
Geograficamente, il termine “Scandinavia” è usato qui
come contenitore culturale: luoghi remoti, stagioni pronunciate e una
tradizione di narrazione musicale che favorisce testi intimi e atmosfere
rarefatte. Waldemar non suona “fiordici” di maniera: preferisce raccontare
piccole storie personali e paesaggi interiori, resi vivi dall’accompagnamento
acustico.
Mercy è
costruito attorno a scelte di produzione che favoriscono l’analogico e
l’artigianalità, mastering curato tutti
indici che il suono punta al calore, alla presenza e alla fedeltà timbrica.
I backing vocals e gli strumenti acustici fiddle,
banjo non sono decorativi: modellano il racconto. Il lavoro di mix e
registrazione di Anders Møller probabilmente privilegia spazialità e intimità;
il mastering di Vegard K. S. chiude il cerchio con una resa che punta al
naturale più che all’iper-compressa modernità.
Mercy è un disco che sa di legno, corde e fiato: non uno sbandieramento di virtuosismi, ma una raccolta di canzoni costruite per il contatto umano. Torgeir Waldemar canta storie di passaggi, di perdita e di piccole luci quotidiane; lo fa con una misura che evita la retorica e con arrangiamenti che rispettano la parola e la melodia. Per chi ama il folk contemporaneo che sa essere caldo e diretto per chi apprezza la cura del suono analogico e i dischi pensati per l’ascolto ravvicinato Mercy è un acquisto consigliato. Per chi si aspetta sperimentazioni radicali, è invece un lavoro che premia la pazienza: ascolti ripetuti rivelano la trama (sottile) delle armonie e la profondità delle immagini.
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