mercoledì 3 dicembre 2025

Alvin's Boo-Ga-Loo / Let's Do Some Good Timing (President Records, Italia, 1967).

Quando nel 1967 la President Records pubblica in Italia questo 7" di Alvin Cash and The Registers, pubblicato negli States l’anno precedente, non sta soltanto distribuendo un altro prodotto d’importazione: sta portando nel nostro Paese una scheggia viva della cultura black americana nel pieno della sua esplosione creativa. Per molti ascoltatori italiani, ancora abituati ai ritmi della canzone melodica o al beat più levigato, questo singolo è una porta laterale, quasi clandestina, su un mondo fatto di sudore, strade, balli comunitari e groove irrefrenabile.

Il lato A “Alvin’s Boo-Ga-Loo” è un manifesto. Fin dai primi secondi, con quella batteria asciutta e insistente, seguita dai fiati che entrano taglienti come fari in una notte d’estate, il brano mette in chiaro la sua intenzione: non sedurre, ma trascinare.
Il boogaloo era già, in America, un linguaggio di strada e di movimento; Cash lo interpreta con la sua cifra più teatrale, quasi clownesca, fatta di vocalizzi, incitazioni, esclamazioni che non sono mai pura decorazione, ma parte integrante dell'atto musicale.

La scrittura di James Jones dosa con abilità ripetizioni, pause e rilanci che trasformano il pezzo in un vero e proprio rituale collettivo. È musica che vive soltanto mentre si muove: ascoltarla senza muovere almeno un piede è quasi impossibile, come se il brano stesso pretendesse la partecipazione fisica dell’ascoltatore.

Nel contesto italiano del ’67, anni di ribellioni giovanili ma anche di una scena musicale ancora molto filtrata, questa traccia suona come un oggetto alieno: ruvida, diretta, senza il minimo compromesso pop. La voce di Cash è uno strumento percussivo più che melodico, e ciò che conta non è la pulizia, ma l’energia.

Se il lato A è un invito a ballare senza pensarci, la b-side “Let’s Do Some Good Timing”,  firmato da Eddie Silvers, figura centrale nella produzione dei Registers, sposta appena il baricentro, dal ballo collettivo alla sensualità del groove.
Qui il funk è più elastico: la sezione ritmica si muove con un passo felpato ma deciso, il basso disegna linee più sinuose, e i fiati non esplodono, ma ondeggiano. Tutto sembra suggerire un movimento più controllato, quasi felino.

La voce di Cash si fa più misurata, ma conserva quel timbro graffiato e immediato che lo caratterizza. Il brano non raggiunge la stessa sfacciata energia del Boo-Ga-Loo, ma possiede un fascino più sottile: è un esercizio di stile che dimostra quanto la band sapesse passare dal divertimento sfrenato alla classe ritmica con la stessa naturalezza.

La stampa italiana targata President Records – PT 103, distribuita da Fonit Cetra, ha un fascino tutto suo: è una testimonianza di come la musica black venisse filtrata attraverso canali paralleli rispetto alle major, raggiungendo comunque un pubblico di appassionati, collezionisti, DJ pionieri e spettatori curiosi.

Il suono è volutamente crudo: poca brillantezza, tanta presenza. È un disco che trovava la sua espressione ideale in un jukebox da bar, in una sala da ballo improvvisata, in una festa dove bastava una puntina che non saltasse troppo per far partire la danza.

Questo singolo non è soltanto una piccola rarità collezionistica: è un frammento vivo di un’epoca in cui il funk e il rhythm & blues si stavano trasformando in linguaggi universali.
“Alvin’s Boo-Ga-Loo” è un’esplosione di vitalità urbana; “Let’s Do Some Good Timing” è il suo complemento più seducente e strutturato.

Insieme, offrono un ritratto nitido di Alvin Cash: un performer istintivo, un catalizzatore di energia, un intermediario tra le strade di Chicago e le piste da ballo del mondo.

Un singolo breve, certo, ma che vale come una pagina importante del grande libro del groove anni ’60.


lunedì 1 dicembre 2025

Suonname / Vesuvio (Showmusic Records, 1981).

Quando si prende in mano il piccolo 7” della Showmusic con la grafica essenziale dei primi anni ’80 e quella promessa di “orchestra” che rimanda a mondi più grandi dello spazio ristretto di un 45 giri  non si sospetta immediatamente che dentro ci sia un tentativo, timido ma sincero, di fondere modernità elettrica e tradizione viva.
E invece Suonname / Vesuvio è proprio questo: un crocevia musicale in cui Giacomo Simonelli, arrangiatore dalla solida formazione classica e spirito pop, tenta di far dialogare l’anima napoletana con l’estetica rock-sinfonica dell’epoca.

Giacomo Simonelli è uno di quei musicisti che sfuggono alle schematizzazioni. Formatosi al conservatorio come pianista, passato dalle esperienze beat degli anni ’60 alla produzione e alla composizione per altri artisti, negli anni ’70 aveva già dimostrato una vena sperimentale, basti ricordare il suo lavoro In discoteca, con richiami al progressive italiano.
Arrivato al 1981, Simonelli porta con sé questo bagaglio: conoscere la struttura, ma disinnescarla; amare la melodia, ma volerla rendere più scenica, più grande.

 “Suonname” è il brano più immediato del disco, quello che cerca il pubblico senza rinunciare a un certo nitore orchestrale.
L’introduzione sembra voler aprire una finestra: archi sintetizzati che si allargano, un ritmo moderato che richiama la canzone leggera, e poi la voce  calda, un po’ teatrale, diretta.

La struttura del brano è semplice, quasi classica: strofa, ritornello, un intermezzo orchestrale che vuole dare respiro.
Qui emerge la presenza dell’orchestra: fiati e archi non come decorazione, ma come tentativo di “elevare” un brano pop verso una dimensione più ampia. Non siamo davanti al sinfonismo complesso dei grandi gruppi progressive, ma c’è comunque un gusto per l’arrangiamento che supera la media della canzone italiana da 45 giri.

Criticamente, “Suonname” funziona sul piano melodico, mentre sul piano della personalità resta sospesa: non è abbastanza pop da essere una hit, né abbastanza audace da diventare un piccolo gioiello prog-pop. Rimane un brano onesto, curato, che scommette più sul sentimento che sull’originalità.

Se il lato A guarda al pubblico, “Vesuvio” guarda invece alla terra.
Il titolo è già un manifesto emotivo: una parola-simbolo che racchiude storia, identità, vulcano, mito, pericolo, fertilità.
E qui entra in scena il coro dei Cantori Napoletani, che avvolge l’inizio del brano come una nebbia antica: voci profonde, quasi liturgiche, un richiamo che viene da lontano.

È forse il momento più interessante dell’intero disco: un coro tradizionale dentro un contesto pop-rock-sinfonico è una scelta tutt’altro che scontata. Simonelli orchestra il tutto con rispetto: la musica non “schiaccia” il coro, ma lo accoglie, lo sostiene, lasciando che la loro timbrica porti con sé il peso culturale del brano.

La canzone si sviluppa come una traiettoria ascendente: prima il coro, poi la sezione ritmica, poi archi, poi voce.
“Vesuvio” non è solo un luogo: è un simbolo emotivo, quasi un personaggio. L’arrangiamento sembra voler costruire un paesaggio sonoro, più che raccontare una storia.
L’atmosfera cresce fino a un finale che ha qualcosa di cinematografico, come se il disco volesse superare i suoi limiti materiali, quei tre minuti e mezzo, per diventare un piccolo affresco.

Criticamente, “Vesuvio” è più convincente di “Suonname”: più audace, più identitario, più rischioso. È un brano che avrebbe meritato un respiro maggiore, magari un album concettuale, un lavoro orchestrale più ampio. Così com’è, rimane il frammento di un’idea bella e non completamente sviluppata.

Suonname / Vesuvio è un 45 giri “di confine”:
non pop commerciale, non folk tradizionale, non rock vero e proprio, ma un terreno di mezzo in cui Simonelli cerca di tenere insieme tutte le anime della sua carriera.

L’ambizione è evidente: orchestrazioni, coro, temi identitari, una scrittura che vuole essere più elevata del semplice intrattenimento.
Il limite, semmai, è nella forma: due brani così densi avrebbero avuto bisogno di un contenitore più ampio per svilupparsi pienamente.

Non è un disco che cambierà la storia della musica italiana, e non pretende di farlo.
Ma è un oggetto affascinante per chi ama: le produzioni minori ma curate degli anni ’80, le contaminazioni tra pop e tradizione, i tentativi di costruire “paesaggi sonori” prima che la world music diventasse una moda, la Napoli evocata non come cartolina, ma come sentimento.

È un piccolo vinile che profuma di sincerità, di mestiere, di un’Italia che provava a essere moderna senza recidere le sue radici.

Una scheggia musicale, forse imperfetta, ma piena di anima.