Nel 1963 l’Italia era un Paese in piena
trasformazione. Il boom economico aveva portato il frigorifero, la Vespa e la
televisione nelle case, ma dietro la patina del benessere si agitavano desideri
nuovi, pulsioni represse, un bisogno di libertà che si manifestava nei film,
nelle riviste scandalistiche, nei bar e nei night club.
È in questo clima di luci al neon e moralismo sottile che nasce I
Piaceri Proibiti, film di Raffaele Andreassi, e soprattutto la
sua colonna sonora composta da Piero Umiliani, uno dei maestri
assoluti della musica italiana per il cinema.
Umiliani, già autore di jazz sofisticato e colonne
sonore memorabili (Smog, Una Bella Grinta, La
Ragazza dalla Pelle di Luna), affronta qui un tema affascinante: la
tentazione e il peccato come spettacolo sonoro.
Non si tratta solo di accompagnare un film, ma di tradurre in musica un clima,
una sensazione: l’Italia dei paparazzi e delle luci stroboscopiche, delle
modelle e dei tabù, dei “piaceri” che ancora non si potevano nominare ma già si
intuivano.
L’apertura, “Storie Proibite”, è un
piccolo capolavoro di jazz cinematografico. I fiati dialogano con il
contrabbasso in modo teso e sensuale, come in una scena rubata da una camera
indiscreta. È il suono del proibito che si svela piano, con eleganza.
Con “Paparazzo’s Jump” e “Paparazzo’s
Cha Cha Cha”, Umiliani dipinge la vita notturna della Roma dolceamara di
quegli anni. Qui il jazz incontra il cha-cha-cha e il twist, in un perfetto
equilibrio tra disinvoltura e ironia. Si avverte l’eco felliniana della Dolce
Vita, ma con un gusto più moderno e urbano, quasi “fotografico”.
Poi arriva “Baby Don’t Kiss Me”, con la
voce di Danell: un pezzo di languore e finta leggerezza, tra i più
pop e ammiccanti del disco. È come ascoltare un juke-box di notte in un locale
di Via Veneto, mentre la malinconia si mescola al profumo di sigarette e gin.
La seconda parte del lato A si fa più evocativa.
“Notte in Algeria” è un brano esotico, misterioso, dove la tromba
di Oscar Valdambrini e il sax di Gianni Basso evocano
paesaggi lontani, un oriente cinematografico, più sognato che reale.
“Notte di Nozze”, invece, è un lento crepuscolare e sensuale: una delle
composizioni più intense di Umiliani, con archi che si muovono come lenzuola.
Qui la sensualità diventa malinconia — come se l’amore, consumato, lasciasse
solo il profumo.
Il lato B apre con “Night Twist”, un brano
che potrebbe tranquillamente appartenere a una pellicola noir americana. Il
ritmo incalzante e il dialogo serrato tra batteria e sax rivelano il lato più
puro e jazzistico di Umiliani.
“Alienazione” è invece un pezzo più interiore, quasi psicologico:
il titolo dice tutto.
Poi arriva “Carlo e Sofia”, tema d’amore delicato e malinconico, in
cui si ritrova l’anima melodica italiana nascosta tra le trame del jazz.
“Gospel’s Song” sorprende: una deviazione spirituale, con cori
che richiamano la tradizione afroamericana, ma sempre filtrata da un tocco
elegante e astratto.
Subito dopo, “Chitarra Spagnola” e “L’Orgia” riportano
il disco su territori sensuali: due miniature perfette di jazz latino e
tensione erotica.
Chiude “One O’Clock Rock”, un brano scatenato e ironico, quasi a
voler ricordare che, dopo tutti i piaceri proibiti, resta solo la musica a
salvare la notte.
In I Piaceri Proibiti, Piero Umiliani si
conferma non solo come uno dei grandi artigiani della colonna sonora italiana,
ma come un vero regista sonoro.
La sua musica non illustra: racconta.
Con pochi strumenti fiati, contrabbasso, batteria, e qualche incursione
vocale riesce a costruire un universo emotivo completo, dove ogni brano è una
scena, ogni pausa un’inquadratura.
È il jazz che guarda al cinema e al desiderio,
contaminato da ritmi latini e suggestioni easy listening, ma sempre con una
scrittura raffinata e colta.
In fondo, Umiliani era un musicista che viveva tra due mondi: il jazz club e lo
studio di registrazione, l’improvvisazione e la disciplina orchestrale.
In questo disco, quei due mondi si incontrano in un equilibrio perfetto.
Riascoltato oggi, I Piaceri Proibiti è
una gemma del cinema e della musica italiana d’inizio anni Sessanta.
Prefigura il suono lounge e bossa-jazz che, trent’anni dopo, sarebbe diventato
culto con la riscoperta delle library music italiane e con artisti come Nicola
Conte, Stereolab o Thievery Corporation, che
devono moltissimo a questa estetica.
È un disco che respira Roma di notte, ma anche Parigi,
New York, Algeri: un mosaico di modernità e sensualità.
E soprattutto, è una colonna sonora che si può ascoltare senza film, perché
dentro c’è già tutto: il desiderio, il peccato, la nostalgia e il perdono.
I Piaceri Proibiti è un viaggio nei sogni proibiti dell’Italia che
stava scoprendo se stessa.
Umiliani non giudica, non seduce, non spaventa: osserva, fotografa, trasforma.
In un’epoca di moralismi e doppie vite, la sua musica è un atto di libertà:
elegante, sensuale, ironica.
E mentre l’ultima nota di “One O’Clock Rock” svanisce,
si ha l’impressione di aver vissuto una notte intera in compagnia di personaggi
senza nome, tra bicchieri mezzi vuoti e riflessi di lampioni.
Un film invisibile che continua a proiettarsi dentro le nostre orecchie.
Nessun commento:
Posta un commento