Ci sono rockstar che
raccontano la gloria, e ci sono banditi che raccontano la strada.
Nikki Sudden appartiene alla seconda categoria: quella dei poeti maledetti del
rock’n’roll, gente che non ha mai davvero “sfondato” ma ha vissuto ogni nota
come fosse un colpo di pistola.
Nel suo libro un’autobiografia pubblicata postuma, costruita da diari,
appunti e confessioni racconta la sua vita con la stessa voce con cui
cantava: roca, fragile, visionaria.
“Non ho mai voluto
essere famoso. Ho solo voluto essere libero”, scrive nelle prime pagine.
Ed è la frase che riassume tutto.
L’ultimo bandito non è il racconto di una carriera: è una mappa
di desideri, errori, amori e disastri, vissuti tra i sobborghi di Londra,
le strade di Berlino e i club di New York, dal post-punk alla fine del secolo.
Sudden, nato Adrian
Nicholas Godfrey, parte da Swell Maps la band che con il fratello Epic
Soundtracks definì una certa estetica post-punk artigianale, rumorosa
e sognante.
Ma il libro non è solo la storia di un gruppo: è il diario di un ragazzo che ha
vissuto il rock come un linguaggio poetico più che come un mestiere.
Ogni capitolo è una
tappa di fuga: Londra, Parigi, Amburgo, Firenze, Bologna…
Sudden vive in alberghi economici, scrive canzoni su tovaglioli, perde amici,
incontra eroi, dorme con chitarre rotte.
E in tutto questo, costruisce una mitologia personale fatta di romanticismo
decadente e disperazione dolce una specie di Byron ubriaco in giacca
di pelle.
La scrittura è sincera,
diretta, senza filtri.
Non c’è autocompiacimento: solo la voce di un uomo che sa di essere fuori dal
tempo, ma che continua a suonare perché non sa fare altro.
Come scrive: “Mi svegliavo ogni giorno chiedendomi dove fosse il prossimo
concerto, o il prossimo bicchiere. Ma non riuscivo a immaginare la mia vita
senza una canzone.”
Il libro è costellato di
apparizioni: non tanto “celebrità”, quanto fantasmi del rock.
E Sudden li tratta tutti con affetto e ironia, come vecchi compagni di sbronze
o di sogni condivisi.
L’incontro con Johnny
Thunders è uno dei momenti più toccanti.
Lo descrive come “un santo del rumore, un poeta tossico che non aveva paura
di nulla, nemmeno di morire in diretta.”
Racconta una notte a Berlino, dopo un concerto, in cui Johnny stanco,
febbricitante suona per lui You Can’t Put Your Arms Around a Memory con
un filo di voce.
Nikki scrive: “In quel momento ho capito che il rock’n’roll era un modo per
piangere senza lacrime.”
È la scena madre del libro: due fantasmi che si riconoscono e si salutano.
Con Michael
Stipe, Sudden intrattiene un rapporto di ammirazione e di curiosità
reciproca.
Lo incontra ad Atene, Georgia, e poi di nuovo in Europa.
Racconta di come Stipe già star mondiale lo trattasse con una gentilezza
quasi imbarazzante: “Mi chiese se avessi bisogno di soldi per registrare un
disco. Gli risposi che avevo bisogno di un miracolo.”
Più tardi, Stipe lo ospita in studio e gli propone di scrivere insieme: da
quell’incontro nasce The Jewel Thief, una canzone mai ufficialmente
pubblicata, ma che circolava su bootleg e che, dice Sudden, “aveva dentro un
pezzo di entrambi: la mia disperazione e la sua grazia.”
Gli Oasis rappresentano
per Nikki una generazione diversa, ma anche una continuità.
Racconta di aver conosciuto Noel Gallagher in un pub di
Camden, poco prima che esplodessero.
Noel lo ascolta parlare per ore di Keith Richards e Dylan, e poi gli dice: “Tu
sei come noi, solo con vent’anni di anticipo.”
Sudden sorride amaro: “Lui aveva ragione. Io ero arrivato troppo presto, e
me ne stavo andando troppo tardi.”
C’è anche un episodio gustoso: Liam Gallagher lo invita a una festa a
Manchester e gli chiede di suonare Back to the Coast. Sudden
accetta, ma solo dopo aver ottenuto una bottiglia intera di whisky come pagamento.
Criticamente, L’ultimo
bandito è anche un documento prezioso su una certa
controcultura britannica dimenticata: quella del rock indipendente
pre-Britpop, dove tutto era DIY, artigianale, poetico.
Sudden racconta l’industria discografica con rabbia e sarcasmo definendola “una
fabbrica di zombie travestiti da uomini d’affari” ma parla di musica con
amore viscerale.
Ogni volta che cita una
canzone, lo fa come se fosse una persona viva:
“‘Back to the Coast’ è la mia migliore amica. ‘The Road of Broken Dreams’ è
la mia amante. E ‘I Belong to You’ è mia figlia, quella che non ho mai avuto.”
C’è un lirismo
disperato, una malinconia che ricorda i diari di Nick Cave o i romanzi di
Bukowski, ma con una delicatezza tutta sua: il tono del perdente che non smette
di crederci.
Dal punto di vista
stilistico, il libro alterna prosa e flusso di coscienza, ricordi cronachistici
e frammenti poetici.
Non c’è ordine: come nella sua musica, l’imperfezione è parte della verità.
Sudden scrive come suona: irregolare, sincero, lirico e sporco.
Musicalmente, il suo
racconto attraversa decenni di suoni:
·
il punk inglese dei tardi ’70;
·
il folk decadente dei primi ’80;
·
il rock delle piccole etichette europee;
·
e infine il revival rock’n’roll degli anni 2000, dove
Nikki ritrova un piccolo culto attorno a sé.
La sua prospettiva è
quella di chi ha visto tutto dalla nascita del punk alla fine del vinile ma
non ha mai smesso di cercare la bellezza tra le rovine.
L’ultimo bandito è un libro che
suona.
Ogni pagina ha il ritmo di una canzone di Sudden: accordi aperti, pause
improvvise, versi che sanno di whisky e di vento.
Non è un’autobiografia
nel senso classico: è una lettera d’amore al rock’n’roll, scritta da chi ne ha
pagato il prezzo più alto.
Il titolo non mente: Nikki Sudden è davvero l’ultimo bandito uno di quelli che non hanno mai venduto l’anima, perché non hanno mai avuto
tempo di farlo.
Morì poco dopo un
concerto, nel 2006, con la chitarra ancora addosso.
Nel libro, come in tutta la sua musica, sembra aver previsto la fine:
“Non credo di dover morire. Credo solo che la mia canzone cambierà
indirizzo.”
Ed è vero: la sua voce,
attraverso queste pagine, continua a cantare.
A volte stonata, a volte divina.
Sempre viva.
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