lunedì 27 ottobre 2025

L’Ispettore Coliandro – Episodio 666

 “Il male non si manifesta con le corna, ma con il volume a undici.”
Potrebbe essere il motto nascosto dell’episodio 666, diretto dai Manetti Bros. da sempre maestri nel fondere pulp, commedia e musica.
Qui la colonna sonora diventa una vera e propria sceneggiatura sonora: il suono è la trama, e ogni scelta musicale costruisce un universo.

Sin dalle prime note, 666 è un viaggio nel rock più oscuro: un episodio che omaggia l’immaginario del metal italiano, da Bologna a Terni, da Steve Sylvester ai club underground, con un’ironia affettuosa ma mai parodica.

 La puntata si apre con un live in un capannone industriale, dove una band suona un brano che sembra provenire direttamente da un 45 giri dei primi Death SS: chitarre grasse, organo sinistro, voce che declama più che cantare.
Il pubblico è un miscuglio di goth, biker e anime perse, e l’atmosfera ricorda i vecchi videoclip horror-metal degli anni ’80, ma filtrata dal gusto ironico e cinematografico dei Manetti.

La canzone d’apertura, scritta appositamente per l’episodio, è un omaggio dichiarato allo stile di Steve Sylvester il suo doom teatrale e la teatralità luciferina che da quarant’anni accompagna i Death SS.
Le chitarre, registrate con suoni valvolari e riverberi vintage, rievocano il metal esoterico di In Death of Steve Sylvester (1979), ma con una produzione moderna, curata dai Mokadelic, che mescolano riff tradizionali e sintetizzatori darkwave.

La comparsa di Steve Sylvester in persona è il fulcro simbolico dell’episodio.
La sua figura, ieratica e magnetica, non è un semplice cameo: è un segno, una specie di Virgilio del metal che accompagna Coliandro e lo spettatore dentro l’immaginario dell’occulto rock.

Sylvester interpreta una versione di sé stesso: un cantante enigmatico, metà guru e metà sospetto, che parla in modo oracolare e si muove tra chiese sconsacrate e sale prove come un sacerdote del suono.
Ogni sua scena è sottolineata da brani tratti o ispirati ai Death SS:

·         Where Have You Gone? (nell’arrangiamento 2000s, con voci cavernose e organo gotico)

·         Chains of Death, che accompagna la sequenza del rituale-concerto

·         frammenti di In the Darkness e Cursed Mama, usati come leitmotiv infernali

La regia costruisce attorno a lui un vero ritratto sonoro: ogni sua apparizione è preceduta da un arpeggio di chitarra minore o da un ronzio di synth distorto, come un’eco del suo mondo artistico.
È la prima volta che la televisione italiana rende omaggio in modo così diretto e rispettoso alla figura di Steve Sylvester come icona culturale, non solo come musicista di nicchia.

In 666, la musica non accompagna la vicenda: la provoca.
La trama che ruota intorno a una setta satanica, un omicidio e un gruppo rock accusato di evocare il male è un pretesto per esplorare il fascino ambiguo della musica come forza primordiale.

Mokadelic, autori della colonna sonora principale, costruiscono un tappeto sonoro che alterna riff hard rock, synth oscuri e groove funky.
Ogni genere serve una funzione narrativa:

·         il metal per la paura e l’estasi,

·         il funk per l’ironia di Coliandro,

·         l’elettronica ambient per l’indagine,

·         il prog rock psichedelico per le visioni infernali.

Il loro lavoro ricorda la scuola italiana delle colonne sonore anni ’70 Piero Piccioni, Stelvio Cipriani, Goblin ma aggiornato al linguaggio post-industriale.
Nei momenti più tesi, il basso pulsa come un battito cardiaco, le chitarre diventano dissonanze rituali, e il tema storico di Coliandro si trasforma in un lamento distorto, quasi demoniaco.

 L’ambientazione bolognese, tradizionale per la serie, qui assume una veste notturna e lisergica.

I locali rock, le sale prove sotterranee, i palchi illuminati da luci viola e rosse: tutto contribuisce a creare un microcosmo sonoro urbano dove la musica è religione e rifugio.

Le strade umide di Bologna risuonano di eco metalliche, sirene che diventano synth, rumori urbani campionati come beat.
Le scene nei club sono girate come mini-concerti, con riprese frontali, suoni diegetici (cioè che nascono “dentro” la scena), e pubblico reale.
Death SS diventano così una presenza che non appartiene solo alla storia, ma all’intera “città musicale” evocata dall’episodio: Bologna, qui, è il crocevia tra rock, mistero e ironia.

 Una delle virtù dei Manetti Bros. è saper tenere insieme tensione e leggerezza.
Anche quando Coliandro indaga tra messe nere e chitarristi posseduti, la musica non perde mai la sua dimensione ironica.
Il metal viene trattato con rispetto ma anche con sorriso: non caricatura, ma autocoscienza.

In una scena memorabile, Coliandro si ritrova sul palco durante un concerto, costretto a fingere di essere un cantante satanico.
La band (che ricorda i Death SS, ma in versione più glam) attacca un riff martellante; Coliandro improvvisa parole assurde, mentre il pubblico urla “666!”.
La musica, in quel momento, diventa catarsi collettiva: un rito comico e liberatorio, dove il male diventa spettacolo e il rock si riappropria della sua potenza originaria.

Musicalmente, Coliandro 666 è un piccolo laboratorio di contaminazione.
Il metal “classico” dei Death SS si intreccia con il funk pulp dei Mokadelic, l’elettronica horror anni ’70, e persino accenni blues nei momenti più ironici.
Il sound design è curato nei dettagli: riverberi reali, microfoni ambienti, chitarre riprese in presa diretta, per mantenere un senso di autenticità live.

È anche un episodio che parla di musica: delle sue mitologie, dei suoi fraintendimenti, del modo in cui la società continua a vedere nel rock estremo un simbolo di pericolo, quando invece è spesso solo un linguaggio di libertà.
I Manetti ribaltano la prospettiva: il vero “male” non è nella musica, ma nella paura che essa suscita.

Alla fine della puntata, quando le fiamme si spengono e Coliandro resta solo, il tema dei Death SS ritorna, in una versione lenta e spettrale, come un epitaffio sonoro.
Steve Sylvester appare per un ultimo istante, enigmatico, con un sorriso che è insieme ironia e benedizione: il diavolo se n’è andato, ma la musica resta.

Coliandro 666 è una delle puntate più riuscite della serie proprio perché riesce a fondere televisione, cultura rock e linguaggio musicale in un’unica visione coerente.
Un episodio che suona come un disco: lato A di ironia e ritmo, lato B di oscurità e poesia.

E nel mezzo, la presenza di Steve Sylvester e dei Death SS come garanti di autenticità: il richiamo a un’Italia sotterranea, colta e misteriosa, che continua ancora oggi a far vibrare le sue chitarre contro l’oblio. 

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