C’è un istante, appena
parte Off The Radar, in cui si capisce che i Black Pie non
stanno solo suonando rock: lo stanno evocando.
È un suono caldo, viscerale, che odora di valvole e pelle, ma anche di
elettricità controllata, di ombre e luce.
Con Angels, il gruppo ligure firma un disco che porta dentro di sé
la doppia anima del loro nome: nera come la rabbia e il
groove, dolce come una torta di fuoco, piena di contrasti, di
carnalità, di pensiero.
Prodotto da sé stessi,
registrato con cura maniacale e pubblicato dalla Black Widow etichetta che da
sempre custodisce l’eredità del prog e dell’hard rock italiano Angels è
un album che suona classico e attuale allo stesso tempo: un’opera “da band”,
suonata con le mani, senza scorciatoie, ma con una coscienza sonora
modernissima.
Il cuore del disco è un
equilibrio raro: quello fra la potenza istintiva del rock e la precisione del
funk e del prog.
Il basso e la voce di Elena Villa sono il fulcro emotivo: un
suono denso, carnale, che guida ogni brano come una corrente sotterranea.
La chitarra di Claudio Cinquegrana è un bisturi che taglia e
carezza: riff taglienti e fraseggi psichedelici che ricordano tanto i Deep
Purple quanto i Muse, con una sensibilità melodica tutta italiana.
Silvano Bottari, alla batteria e alle percussioni, tiene tutto insieme
con un groove che sa di soul e di hard blues, mentre Stefano Genti alle
tastiere apre spazi atmosferici, spesso lisergici, che danno all’album quella
dimensione onirica e cinematica che lo distingue.
Il risultato è un rock
muscolare e sofisticato: potente, ma mai scontato; capace di cambiare pelle da
un brano all’altro.
“Off The Radar” apre il disco come
una dichiarazione d’intenti: due minuti e mezzo di energia pura, secca,
diretta. È un pezzo che parla di scomparire per ritrovarsi, di restare “fuori
dal radar” per non farsi risucchiare dal rumore.
La voce di Elena è subito magnetica: piena, roca, sensuale, con quella
vibrazione che nasce più dal ventre che dalla gola.
Con “Kaos Night” il
suono si fa più funk, contaminato. C’è un’aria alla Janis Joplin proiettata nel
futuro: la notte è caotica ma liberatoria, e la band costruisce un groove
ipnotico, dove la chitarra danza con il basso in una tensione erotica continua.
“Little Lady Bright” è la prima grande
ballata psichedelica dell’album. Qui il tempo rallenta, la voce si fa intima e
sospesa, e l’arrangiamento cresce fino a un’esplosione finale di chitarre e
synth. È la canzone della metamorfosi: luce e ombra che si fondono.
“Borderline” cambia registro:
un hard rock tirato, ma con una struttura complessa, quasi prog. La sezione
ritmica pulsa come un cuore in fuga, mentre la voce sembra oscillare fra
controllo e follia. È uno dei brani più teatrali e intensi del disco.
Chiude il lato “Your
Fault”, dove la band gioca con l’ironia e la rabbia: funk rock dai contorni
vintage, chitarre sporche, basso distorto, e un ritornello che resta addosso. È
la canzone del disincanto, della colpa condivisa: un piccolo manifesto
generazionale.
“Welcome Toxic” apre il secondo
lato come una marea scura: è un pezzo che potrebbe stare in un album dei Led
Zeppelin più cupi, ma con un’anima soul che lo porta altrove. Il testo è un
inno alla consapevolezza della propria parte velenosa accoglierla per
guarire.
“People From The Sky” è invece quasi pop
nella sua immediatezza, ma sotto la superficie resta una malinconia profonda.
Parla di alieni e umani, di chi non si riconosce in nessun luogo: una metafora
per la solitudine contemporanea.
Con “From The
Ashes” la band si apre alla dimensione epica: una rinascita dalle
macerie, dove la voce di Elena si fa fiamma e preghiera. Il pezzo cresce fino a
diventare un’onda sonora, una delle vette emotive del disco.
“Blanket Tide” è il brano più
psichedelico e onirico: sette minuti di viaggio fra Hammond, delay e basso
liquido. È una canzone che sembra non avere centro, un flusso di coscienza in
musica, a metà fra Pink Floyd e Jeff Buckley.
“Lift It” riporta il disco
sulla terra con energia funk: un inno alla liberazione del corpo, all’euforia
fisica della musica. Il groove è irresistibile, e la sezione ritmica lavora
come una macchina viva.
Chiude “Follow”,
appena un minuto e mezzo: una miniatura acustica, malinconica, quasi un epilogo
cinematografico. È come se, dopo la tempesta, restasse solo una voce che
sussurra nel silenzio: “seguimi, se hai il coraggio di restare umano”.
Angels è un disco
sorprendente perché riesce a essere rock classico e moderno, viscerale
e raffinato, fisico e mentale.
I Black Pie suonano come una band consapevole del proprio passato ma non
prigioniera di esso.
C’è la lezione del prog, la sensualità del funk, la teatralità del rock
inglese, ma tutto filtrato da una scrittura che guarda avanti.
È un album pieno di
contrasti: tra l’energia del corpo e la spiritualità del titolo, tra la furia e
la grazia.
Gli “angeli” del titolo non sono creature pure, ma simboli ambigui: portatori
di luce e di caos, come la musica stessa.
Ogni brano sembra interrogare la stessa domanda: quanto di umano rimane
nel nostro suono, nel nostro desiderio, nella nostra rabbia?
Dal punto di vista
tecnico, Angels è un lavoro impeccabile.
La produzione di Cinquegrana e Bottari è pulita ma calda, analogica ma
presente, fedele alla filosofia Black Widow: rispetto per la tradizione, ma
ricerca continua.
Il mastering di Eugenio Vatta amplifica la profondità e la
dinamica del suono, mantenendo quella grana ruvida che fa la differenza.
La copertina, illustrata da Bottari e graficamente curata da Alex Reale e Pino
Pintabona, completa l’opera: un immaginario a metà fra mistico e urbano,
angelico e decadente perfetto riflesso del contenuto.
Alla fine dell’ascolto
resta un senso di rinascita: come se la band avesse scavato nel fango per
ritrovare la propria purezza sonora.
Angels è un disco che parla di cadute e resurrezioni, di caos e
armonia, di luce che si sporca per brillare davvero.
I Black Pie dimostrano che il rock, quando è suonato con sincerità
e passione, può ancora essere rivelazione, corpo, preghiera, e
soprattutto vita.
Un album potente, libero
e necessario uno dei debutti più intensi del rock italiano contemporaneo.
Non solo un disco da ascoltare: un’esperienza da attraversare.
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