Nove minuti di oscurità.
Una chitarra che geme, distante, come un eco da un cimitero industriale. Un
basso che batte il tempo del cuore di un vampiro insonne. E poi, quella voce:
Peter Murphy, ieratica e spettrale, che declama più che cantare. Così nasce “Bela
Lugosi’s Dead”, pubblicata nel 1979 dalla piccola etichetta Small Wonder,
prima incisione ufficiale dei Bauhaus, e in un certo senso, primo
battito del cuore nero che avrebbe alimentato tutto il gothic rock degli
anni a venire.
È impossibile parlare di
questa canzone senza sentirne l’odore: muffa, fumo, pelle nera e catrame.
L’Inghilterra della fine dei Settanta era un paese in rovina, travolto dalla
disillusione post-punk, dai sobborghi desolati e da un futuro che sembrava
scomparire sotto il peso della disoccupazione e della paranoia. I Bauhaus
Murphy, Daniel Ash, David J e Kevin Haskins distillarono tutto questo in una
liturgia sonora che mescolava minimalismo dub, teatralità decadente e
un’estetica da film horror d’altri tempi.
Il titolo è un manifesto: Bela
Lugosi, l’attore ungherese che nel 1931 aveva incarnato per la Universal il
Dracula più iconico della storia del cinema, “è morto”. Ma la morte, qui, è un
rito di resurrezione. La voce di Murphy intona:
“White on white
translucent black capes / Back on the rack.”
Le immagini si susseguono come in un sogno allucinato un funerale gotico,
pipistrelli sospesi, ombre di seta eppure tutto suona stranamente vivo, come se
l’assenza di Lugosi segnasse l’inizio di un culto. Il vampiro, insomma, non
muore mai: si reincarna, come farà il goth stesso, ogni Halloween, in milioni
di travestimenti, playlist e danze notturne.
Musicalmente, il brano è
una costruzione ipnotica. Il basso di David J è un mantra che
si ripete, spoglio e magnetico; la chitarra di Daniel Ash si
dissolve in riverberi e delay, costruendo una cattedrale di suoni che pare
disintegrarsi lentamente; la batteria batte appena,
scheletrica, come passi su pietra bagnata. È un brano nato da
un’improvvisazione in studio eppure ogni secondo suona calcolato come un
rituale.
Con “Bela
Lugosi’s Dead”, i Bauhaus crearono una mitologia. Non solo
definirono l’estetica dark cappe, candele, labbra livide e romanticismo funebre
— ma diedero al rock un nuovo linguaggio, in cui il silenzio e l’attesa
contavano quanto il suono. Ogni Halloween, quando i giovani (e i meno giovani)
indossano denti finti e cappotti neri, la voce di Murphy sembra ancora
aleggiare nei club e nelle feste, come un fantasma che sussurra: “Undead,
undead, undead.”
Nel corso degli
anni, “Bela Lugosi’s Dead” è stata reinterpretata da numerosi
artisti, spesso come omaggio o reinvenzione: band francese Nouvelle
Vague ne offre una versione bossa nova straniante, dove la leggerezza
del ritmo contrasta con la solennità del testo. L’effetto è volutamente
ironico: la morte di Lugosi diventa un cocktail lounge, come se il vampiro
ballasse su una spiaggia decadente. Un gioco elegante, ma forse troppo distante
dal suo spirito rituale.
I Nine Inch
Nails la eseguivano spesso nei loro live, Trent Reznor ne ha ripreso
frammenti e suggestioni nei suoi set, sottolineando il legame diretto fra
l’estetica industrial e quella goth. In mano sua, il brano diventa più
meccanico, più claustrofobico: una discesa nel buio urbano invece che nella
cripta barocca.
Mente i Massive
Attack & Mos Def presentano una versione sorprendentemente
moderna e cinematografica, per il film film Skyline,
2010, dove l’eco dub e l’elettronica sostituiscono il minimalismo
originale. Pur affascinante, rischia di perdere quel senso di sospensione che
faceva del pezzo dei Bauhaus un’esperienza più che una canzone.
Tutte queste versioni,
in fondo, confermano un punto: “Bela Lugosi’s Dead” non
appartiene a un’epoca. È un’entità viva, una creatura notturna che si adatta ai
decenni come un vampiro mutante.
A quarantacinque anni
dalla sua uscita, “Bela Lugosi’s Dead” non è solo la canzone
perfetta per un Halloween gotico: è la nascita stessa dell’ombra come
linguaggio musicale. È un requiem che non finisce mai, una soglia tra il
mondo dei vivi e quello dei morti che ogni ascoltatore, ancora oggi, varca con
un brivido di piacere.
Quando cala la notte, e
le luci si spengono, il basso di David J torna a pulsare. E in quel battito
remoto, eterno, Bela Lugosi non è affatto morto. Sta solo aspettando che qualcuno
lo chiami per nome.
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