domenica 9 novembre 2025

Quincy Jones – Plays Hip Hits (Mercury SR 60799, 1963)

Nel 1963 Quincy Jones è già molto più di un arrangiatore di talento: è un architetto del suono. Plays Hip Hits arriva in un momento di transizione non solo per lui, ma per tutto il jazz americano. Mentre i club di Harlem e del Village pulsano di soul jazz e le onde radio americane iniziano a vibrare di bossa nova e pop orchestrale, Quincy si muove con l’eleganza di chi non teme la contaminazione.
Questo disco è il suo modo di dire al pubblico: "Sì, il jazz può essere moderno, radiofonico e ancora dannatamente sofisticato."

Il titolo stesso, Plays Hip Hits, è un manifesto programmatico. Jones sceglie di reinterpretare brani che, all’epoca, rappresentavano il volto “cool” della musica contemporanea: standard del jazz più groovy (“Comin’ Home Baby”, “Back at the Chicken Shack”), incursioni nel cinema (“Exodus”, “Walk on the Wild Side”), la nuova febbre brasiliana (“Desafinado”, “Bossa Nova U.S.A.”) e persino un tocco di pop strumentale (“A Taste of Honey”, “Cast Your Fate to the Wind”).

La formula potrebbe sembrare commerciale, e in parte lo è, ma Quincy non è mai stato un semplice esecutore di mode. Dietro ogni brano si cela un lavoro di arrangiamento minuzioso, che fonde la potenza orchestrale della big band con il respiro ritmico del soul jazz e la fluidità melodica del pop strumentale.

L’organico è impressionante, quasi una dichiarazione di forza:

Sezione di fiati monumentale con Clark Terry, Snooky Young, Kai Winding, Melba Liston, Zoot Sims, James Moody e Roland Kirk, nomi che da soli basterebbero a un’enciclopedia del jazz.

Alle chitarre, l’eleganza di Jim Hall e Kenny Burrell.

Al pianoforte e all’organo, un trittico da sogno: Lalo Schifrin, Bobby Scott e Patti Bown.

Alla consolle, il giovane e geniale Phil Ramone, futuro protagonista della produzione discografica moderna.

Questa combinazione dà vita a un suono pieno, lucidissimo, e allo stesso tempo sorprendentemente agile: una “big band elettrica” ante litteram.

 “Comin’ Home Baby” apre il disco con un groove morbido, dominato da un basso elastico e da un impasto di fiati che ricorda le notti nei jazz club di Chicago. Quincy ne fa una mini-sinfonia soul.
“Gravy Waltz” gioca sul ritmo ternario con leggerezza e ironia, un valzer che scivola tra swing e lounge.
“Desafinado”, omaggio a Jobim, mantiene il tocco brasiliano ma lo avvolge in una veste orchestrale americana: meno malinconia, più colore.
“Exodus” e “Walk on the Wild Side” mostrano l’anima cinematografica di Quincy: orchestrazioni dense, drammatiche, già intrise di quella tensione narrativa che ritroveremo nelle sue colonne sonore anni ’70.
“Cast Your Fate to the Wind” e “A Taste of Honey” portano invece un tono più da easy listening sofisticato, con una raffinatezza timbrica che prefigura certi lavori lounge-jazz dei decenni successivi.

Il lato B brilla con “Back at the Chicken Shack”, reso con una sensualità da club fumoso, e “Take Five”, che Quincy rilegge come un brano orchestrale dalle geometrie limpide.
Il finale, “Bossa Nova U.S.A.”, è un piccolo manifesto di cosmopolitismo sonoro: la fusione tra swing americano e leggerezza carioca.

Plays Hip Hits non è un album di rottura né un vertice creativo assoluto, ma un punto di equilibrio. È la fotografia di un Quincy Jones già perfettamente consapevole di come fondere mondi musicali differenti, un passo decisivo verso le sue produzioni orchestrali e pop degli anni successivi.
Qui il jazz diventa accessibile senza perdere classe; la modernità si veste di velluto.

La registrazione di Phil Ramone è nitida, corposa e tridimensionale: uno dei primi esempi di sound stereo orchestrale moderno. Le sezioni si distinguono perfettamente nello spazio sonoro, e il bilanciamento tra strumenti acustici e amplificati rivela una cura maniacale.

Plays Hip Hits è un disco che si ascolta come una passeggiata nel cuore pulsante del 1963: New York, i locali jazz, la nascita della cultura pop moderna. Quincy Jones lo dirige come un regista che sa già che la musica, per parlare al mondo, deve saper cambiare pelle.

Non è un lavoro di ribellione, ma di intelligenza e misura, un album dove il “mainstream” incontra la maestria e dove il jazz si fa, per davvero, “hip”. 

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