Quando nel 1967 la President Records pubblica in
Italia questo 7" di Alvin Cash and
The Registers, pubblicato negli States l’anno precedente, non sta
soltanto distribuendo un altro prodotto d’importazione: sta portando nel nostro
Paese una scheggia viva della cultura black americana nel pieno della sua
esplosione creativa. Per molti ascoltatori italiani, ancora abituati ai ritmi
della canzone melodica o al beat più levigato, questo singolo è una porta
laterale, quasi clandestina, su un mondo fatto di sudore, strade, balli
comunitari e groove irrefrenabile.
Il lato A “Alvin’s
Boo-Ga-Loo” è un manifesto. Fin dai primi secondi, con quella batteria
asciutta e insistente, seguita dai fiati che entrano taglienti come fari in una
notte d’estate, il brano mette in chiaro la sua intenzione: non sedurre, ma
trascinare.
Il boogaloo era già, in America, un linguaggio di strada e di movimento; Cash
lo interpreta con la sua cifra più teatrale, quasi clownesca, fatta di
vocalizzi, incitazioni, esclamazioni che non sono mai pura decorazione, ma
parte integrante dell'atto musicale.
La scrittura di James Jones dosa con abilità ripetizioni, pause e rilanci che
trasformano il pezzo in un vero e proprio rituale collettivo. È musica che vive
soltanto mentre si muove: ascoltarla senza muovere almeno un piede è quasi
impossibile, come se il brano stesso pretendesse la partecipazione fisica
dell’ascoltatore.
Nel contesto italiano del ’67, anni di ribellioni
giovanili ma anche di una scena musicale ancora molto filtrata, questa traccia
suona come un oggetto alieno: ruvida, diretta, senza il minimo compromesso pop.
La voce di Cash è uno strumento percussivo più che melodico, e ciò che conta
non è la pulizia, ma l’energia.
Se il lato A è un invito a ballare senza pensarci, la
b-side “Let’s Do Some Good Timing”,
firmato da Eddie Silvers, figura centrale nella produzione dei Registers,
sposta appena il baricentro, dal ballo collettivo alla sensualità del groove.
Qui il funk è più elastico: la sezione ritmica si muove con un passo felpato ma
deciso, il basso disegna linee più sinuose, e i fiati non esplodono, ma
ondeggiano. Tutto sembra suggerire un movimento più controllato, quasi felino.
La voce di Cash si fa più misurata, ma conserva quel
timbro graffiato e immediato che lo caratterizza. Il brano non raggiunge la
stessa sfacciata energia del Boo-Ga-Loo, ma possiede un fascino più sottile: è
un esercizio di stile che dimostra quanto la band sapesse passare dal
divertimento sfrenato alla classe ritmica con la stessa naturalezza.
La stampa italiana targata President Records – PT 103, distribuita da Fonit Cetra, ha un fascino tutto suo: è una testimonianza di come
la musica black venisse filtrata attraverso canali paralleli rispetto alle
major, raggiungendo comunque un pubblico di appassionati, collezionisti, DJ
pionieri e spettatori curiosi.
Il suono è volutamente crudo: poca brillantezza, tanta
presenza. È un disco che trovava la sua espressione ideale in un jukebox da
bar, in una sala da ballo improvvisata, in una festa dove bastava una puntina
che non saltasse troppo per far partire la danza.
Questo singolo non è soltanto una piccola rarità
collezionistica: è un frammento vivo di un’epoca in cui il funk e il rhythm
& blues si stavano trasformando in linguaggi universali.
“Alvin’s Boo-Ga-Loo” è un’esplosione di
vitalità urbana; “Let’s Do Some Good Timing” è il suo complemento più seducente
e strutturato.
Insieme, offrono un ritratto nitido di Alvin Cash: un
performer istintivo, un catalizzatore di energia, un intermediario tra le
strade di Chicago e le piste da ballo del mondo.
Un singolo breve, certo, ma che vale come una pagina
importante del grande libro del groove anni ’60.