C’è un modo in cui Max Manfredi cammina nella canzone: in punta di piedi, come un gatto appunto, curioso, ironico, lirico e sempre un po’ defilato rispetto al rumore del mondo.
Nel 1990, con Le parole del gatto (e la musica anche), Manfredi dà forma a un album che si muove con la leggerezza del titolo ma con un peso poetico enorme. È il suo secondo lavoro dopo Max (1988), e conferma il suo posto di autore appartato ma essenziale nella geografia della canzone d’autore italiana.
Il disco nasce in un momento di passaggio: l’Italia sta per entrare nel decennio dell’illusione e dell’apparenza, ma qui dentro c’è tutt’altro c’è ancora la tradizione ligure, l’eredità di De André, ma filtrata da una sensibilità che guarda al teatro, alla letteratura, alla fiaba, e a un’ironia gentile che non salva ma consola.
Manfredi è uno di quei cantautori che scrivono canzoni come se scrivessero racconti: ogni brano è un microcosmo narrativo, un piccolo poema dove le parole pesano e la musica, come suggerisce il sottotitolo, “anche”.
Le canzoni di Le parole del gatto sono storie di gente che cammina, di città che si addormentano, di memorie, di amori che sanno di pioggia.
È un disco che non urla: sussurra, finge di giocare, ma dentro la sua ironia si muove un’intelligenza feroce, una pietà laica e letteraria.
Gli arrangiamenti curati da Ezio Zaccagnini, con la collaborazione di Alessandro Gwis, Guido Benigni e lo stesso Max costruiscono un mondo sonoro che fonde chitarre acustiche, percussioni leggere, tocchi di tastiera e fiati discreti.
C’è un senso di artigianato elegante: niente è casuale, tutto serve alla parola, alla voce, al racconto.
“A casa a piedi” apre il disco come un viaggio minimo, quotidiano e surreale. È la tipica ballata di Manfredi: dolce, malinconica, piena di immagini domestiche che si allargano a visione cosmica. La città, la strada, la fatica e la tenerezza: un’andatura da jazz popolare, quasi teatrale.
Con “Sottozero” il tono si fa più introspettivo: è una canzone di gelo emotivo e ironia, un piccolo monologo sull’assenza e il disincanto. Il ritmo è spezzato, i versi colano come pensieri di un uomo che cammina nel freddo e si parla addosso per non smettere di esistere.
“L’uomo del tango” è uno dei vertici del disco: qui la scrittura di Manfredi si veste di una sensualità malinconica, tra Buenos Aires e Genova. Il tango diventa metafora dell’amore, del tempo che non torna, della danza fra maschile e femminile. Il brano è una piccola pièce teatrale: si vede quasi la scena, si sente il profumo del legno, la malinconia della sera.
“Centerbe” è invece ironia pura: un gioco linguistico e musicale che mette insieme surrealismo e realtà, ubriachezza e lucidità. Qui emerge la vena più buffa e letteraria di Manfredi, quella che lo avvicina a Jannacci o al Riondino dei primi anni, ma con una leggerezza più poetica che comica.
Il lato B si apre con “The Show Must Go On”, che non è una cover, ma un brano di disincantata teatralità. È la dichiarazione poetica dell’album: la vita continua, il teatro va avanti, l’uomo resta in scena anche quando dentro crolla tutto. La voce di Manfredi gioca sul filo fra ironia e tenerezza, come un clown che conosce bene la sua malinconia.
Segue “Via G. Byron, poeta”, omaggio ai poeti e alla poesia stessa. È un brano pieno di immagini letterarie, ma mai ermetico: Manfredi parla con semplicità di cose alte, e la musica accompagna come un amico che sorride.
“I botti di San Silvestro” è una delle canzoni più dolenti e belle: racconto d’inizio anno e fine del mondo, una piccola elegia sull’attesa e la solitudine. Qui il cantautore si fa davvero narratore, capace di creare con pochi versi un intero film.
Infine “Va’ a dormire Europa”, chiusura potente e ironica. È la canzone più politica e amara, un addio sussurrato a un continente stanco, saturo di promesse e disincanti. La voce si fa più aspra, il tono quasi profetico.
Con questo brano Manfredi non moralizza: osserva, come un poeta che sa di non poter cambiare il mondo ma non può smettere di raccontarlo.
La lingua di Manfredi è sempre il suo strumento più fine.
Mischia dialetto, citazione colta, parola semplice, improvvisa ironia. È un italiano “vissuto”, poroso, musicale. Ogni verso ha un ritmo interno, un sapore di prosa poetica che rimanda tanto alla scuola genovese quanto al teatro di narrazione.
La sua voce, poi, è parte della scrittura: morbida ma mai neutra, capace di un’ironia trattenuta che fa pensare a un attore più che a un cantante. Ogni inflessione è studiata ma naturale, come se la canzone si inventasse mentre viene cantata.
Le parole del gatto è un disco raro per equilibrio e profondità.
Non vuole stupire, non vuole vendere: vuole restare.
Manfredi rifiuta la logica dell’effetto e della moda per lavorare sulla durata, sull’emozione che resta dopo l’ascolto.
È un album che si muove in un territorio fra il folk e la canzone d’autore colta, dove la melodia serve al testo e il testo alla visione.
Il suo unico “difetto”, se così si può chiamare, è la sua discrezione: è un disco che non cerca il centro della scena, e per questo rischia di passare inosservato. Ma chi lo ascolta con attenzione scopre una ricchezza di scrittura e di intelligenza musicale che pochi altri hanno saputo eguagliare negli anni Novanta italiani.
Alla fine del disco, resta l’impressione di aver assistito non a un concerto ma a una conversazione segreta: fra il gatto e il mondo, fra la poesia e la musica, fra la malinconia e l’ironia.
Manfredi osserva l’esistenza da un angolo, con dolcezza e lucidità, e ne fa versi che non si dimenticano.
Le parole del gatto (e la musica anche) è uno di quei dischi che non gridano per essere ascoltati, ma si avvicinano piano, con passo felpato, e ti restano accanto a lungo.
Un piccolo capolavoro di intelligenza poetica, uno dei vertici nascosti della canzone d’autore italiana di fine secolo.
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