Nel solco di una tradizione che oscillava tra
romanticismo popolare e sperimentazione melodica, il gruppo La Dolce Età
pubblica per Eterfon (catalogo CN 762) un 7" intitolato “Dimme
Ch’è ’Na Buscia / Abbracciato Cu’Tte”.
È un disco che cattura con sincerità l’atmosfera emotiva dei primi anni ’80 in
Campania: una terra musicale divisa tra il lascito della canzone napoletana
classica e il nuovo linguaggio dei “gruppi melodici”, che iniziavano a fondere
chitarre elettriche, tastiere e sentimento.
Firmato da A. Morante e Gianni Panachia,
il singolo si muove in quell’area ibrida tra rock melodico e neomelodico
primordiale, quando la produzione indipendente napoletana cercava ancora un
equilibrio tra arrangiamenti moderni e un cuore tradizionale.
Il lato A si apre con un’introduzione intensa,
sostenuta da chitarre leggere e tastiere eteree, dove il ritmo in 6/8 fa da
culla a una melodia di grande immediatezza.
“Dimme Ch’è ’Na Buscia” (dimmi che è una bugia) è una preghiera amorosa,
un grido intimo rivolto all’amata che ha tradito o abbandonato.
La voce del cantante sincera, a tratti
ruvida ma profondamente espressiva con un registro giovanile e un accompagnamento“moderno”.
L’arrangiamento è di gusto classico ma con tocchi
contemporanei: chitarre elettriche pulite, basso pieno, batteria asciutta e un
tappeto di tastiere che sottolinea i momenti di maggiore pathos.
Il ritornello, costruito su un’armonia minore che si apre improvvisamente verso
il maggiore, rende perfettamente il contrasto tra disperazione e speranza,
marchio di fabbrica della canzone sentimentale napoletana.
È un brano che riesce, senza cadere nella retorica, a
raccontare il dramma dell’amore perduto con una dignità melodica rara nel
panorama minore dell’epoca.
Sul lato B “Abbracciato Cu’Tte” prosegue su un
tono più dolce, quasi consolatorio.
Il tempo rallenta, e il gruppo costruisce una ballata che mette in risalto la
melodia vocale, sostenuta da un arrangiamento più intimo: pianoforte elettrico,
batteria con spazzole, una chitarra acustica che arpeggia lentamente.
Il testo celebra la tenerezza e la fisicità dell’amore, ma con un senso di
malinconia, come se ogni abbraccio fosse già memoria.
La linea melodica è più lineare rispetto al lato A, ma
di grande efficacia emotiva. È un brano che avrebbe potuto trovare spazio anche
in un film sentimentale dell’epoca il tipo di canzone che suona nei titoli di
coda, mentre scorrono immagini di un amore appena finito.
Musicalmente, il pezzo si colloca tra pop romantico
e melodia napoletana rinnovata, con una produzione che, pur essendo
modesta, rivela un gusto compositivo sincero.
Si percepisce la mano di musicisti che conoscono il mestiere e scrivono con il
cuore, senza calcoli discografici.
La Dolce Età si inserisce perfettamente nel panorama di quegli
anni, quando piccole etichette come Eterfon, Vis Radio, 3aaa
e Zeus offrivano spazio a gruppi che cercavano di rinnovare la canzone
napoletana, contaminandola con sonorità pop-rock.
Il risultato, in questo 45 giri, è una sorprendente miscela di passione
vocale, eleganza melodica e autenticità emotiva.
C’è una forte identità napoletana, ma filtrata
attraverso la sensibilità dei gruppi giovanili dell’epoca: più romantici che
ribelli, più sognatori che politici, ma pur sempre veri.
Le canzoni di Morante e Panachia rivelano una scrittura efficace, costruita su
melodie circolari e testi dal linguaggio quotidiano, ma mai banali.
“Dimme Ch’è ’Na
Buscia / Abbracciato Cu’Tte” è un piccolo documento di un tempo e di una scena
spesso dimenticata.
È la fotografia sonora di una Napoli sentimentale ma moderna, capace di
coniugare il cuore antico della canzone con il linguaggio della gioventù urbana
degli anni ’80.
Un disco minore, forse, ma dal grande valore affettivo
e storico: sincero, melodico, profondamente umano.
Ascoltandolo oggi, si riscopre una dimensione musicale fatta di verità e
vulnerabilità quella “dolce età” che dà nome al gruppo e che
racconta, in fondo, la stagione più tenera della musica napoletana moderna.
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