sabato 25 ottobre 2025

La Dolce Età - Dimme Ch'è 'Na Buscia / Abbracciato Cu'Tte (Eterfon CN 762, 7”, 1979)

Nel solco di una tradizione che oscillava tra romanticismo popolare e sperimentazione melodica, il gruppo La Dolce Età pubblica per Eterfon (catalogo CN 762) un 7" intitolato “Dimme Ch’è ’Na Buscia / Abbracciato Cu’Tte”.
È un disco che cattura con sincerità l’atmosfera emotiva dei primi anni ’80 in Campania: una terra musicale divisa tra il lascito della canzone napoletana classica e il nuovo linguaggio dei “gruppi melodici”, che iniziavano a fondere chitarre elettriche, tastiere e sentimento.

Firmato da A. Morante e Gianni Panachia, il singolo si muove in quell’area ibrida tra rock melodico e neomelodico primordiale, quando la produzione indipendente napoletana cercava ancora un equilibrio tra arrangiamenti moderni e un cuore tradizionale.

Il lato A si apre con un’introduzione intensa, sostenuta da chitarre leggere e tastiere eteree, dove il ritmo in 6/8 fa da culla a una melodia di grande immediatezza.
Dimme Ch’è ’Na Buscia” (dimmi che è una bugia) è una preghiera amorosa, un grido intimo rivolto all’amata che ha tradito o abbandonato.
La voce del cantante  sincera, a tratti ruvida ma profondamente espressiva con un registro  giovanile e un accompagnamento“moderno”.

L’arrangiamento è di gusto classico ma con tocchi contemporanei: chitarre elettriche pulite, basso pieno, batteria asciutta e un tappeto di tastiere che sottolinea i momenti di maggiore pathos.
Il ritornello, costruito su un’armonia minore che si apre improvvisamente verso il maggiore, rende perfettamente il contrasto tra disperazione e speranza, marchio di fabbrica della canzone sentimentale napoletana.

È un brano che riesce, senza cadere nella retorica, a raccontare il dramma dell’amore perduto con una dignità melodica rara nel panorama minore dell’epoca.

Sul lato B “Abbracciato Cu’Tte” prosegue su un tono più dolce, quasi consolatorio.
Il tempo rallenta, e il gruppo costruisce una ballata che mette in risalto la melodia vocale, sostenuta da un arrangiamento più intimo: pianoforte elettrico, batteria con spazzole, una chitarra acustica che arpeggia lentamente.
Il testo celebra la tenerezza e la fisicità dell’amore, ma con un senso di malinconia, come se ogni abbraccio fosse già memoria.

La linea melodica è più lineare rispetto al lato A, ma di grande efficacia emotiva. È un brano che avrebbe potuto trovare spazio anche in un film sentimentale dell’epoca il tipo di canzone che suona nei titoli di coda, mentre scorrono immagini di un amore appena finito.

Musicalmente, il pezzo si colloca tra pop romantico e melodia napoletana rinnovata, con una produzione che, pur essendo modesta, rivela un gusto compositivo sincero.
Si percepisce la mano di musicisti che conoscono il mestiere e scrivono con il cuore, senza calcoli discografici.

La Dolce Età si inserisce perfettamente nel panorama di quegli anni, quando piccole etichette come Eterfon, Vis Radio, 3aaa e Zeus offrivano spazio a gruppi che cercavano di rinnovare la canzone napoletana, contaminandola con sonorità pop-rock.
Il risultato, in questo 45 giri, è una sorprendente miscela di passione vocale, eleganza melodica e autenticità emotiva.

C’è una forte identità napoletana, ma filtrata attraverso la sensibilità dei gruppi giovanili dell’epoca: più romantici che ribelli, più sognatori che politici, ma pur sempre veri.
Le canzoni di Morante e Panachia rivelano una scrittura efficace, costruita su melodie circolari e testi dal linguaggio quotidiano, ma mai banali.

 “Dimme Ch’è ’Na Buscia / Abbracciato Cu’Tte” è un piccolo documento di un tempo e di una scena spesso dimenticata.
È la fotografia sonora di una Napoli sentimentale ma moderna, capace di coniugare il cuore antico della canzone con il linguaggio della gioventù urbana degli anni ’80.

Un disco minore, forse, ma dal grande valore affettivo e storico: sincero, melodico, profondamente umano.
Ascoltandolo oggi, si riscopre una dimensione musicale fatta di verità e vulnerabilità   quella “dolce età” che dà nome al gruppo e che racconta, in fondo, la stagione più tenera della musica napoletana moderna.
 

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