Quando
si ascolta Pachanga
Que No Cansa, pubblicato in Colombia da Zeida (Codiscos),
si ha la sensazione di entrare in un ballo che non finisce mai come promette
il titolo stesso, “la pachanga che non stanca”. È un disco che vibra di pura
energia caribeña, in bilico tra la tradizione cubana e la reinterpretazione
colombiana di quegli anni, in cui la salsa e la pachanga si
trasformavano in linguaggio popolare e urbano.
Dietro il nome di Kike
y Su Combo si cela una delle tante formazioni che, negli anni
’60, fecero da ponte tra le orchestrine cubane e i futuri gruppi salseri. Il
loro suono nasce dalla charanga classica
(flauto, violino, piano, congas, guiro, voce corale) ma si apre alle influenze
più ritmiche e frenetiche del sound colombiano da ballo, dove la pachanga
diventa non solo stile ma attitudine: vitalità,
ironia, e voglia di resistere danzando.
L’album
si apre con Cuatro
Pachanga, una dichiarazione d’intenti: un piano saltellante
introduce un ritmo serrato di congas e campana, mentre il coro risponde con
l’allegria contagiosa tipica delle feste barranquillere. È musica che non si
ascolta soltanto: si vive, si respira, si balla.
Segue Baila Guera Balin, dal
carattere più leggero e cantabile, in cui Jimmy Contreras,
voce del combo, mette in mostra un timbro brillante e un fraseggio che richiama
Benny Moré e gli interpreti della pachanga cubana più autentica. Il testo,
semplice e festoso, invita al movimento: un rituale collettivo che è parte
integrante della musica stessa.
Acelera
Tu Motor accelera
letteralmente i battiti un brano che porta la pachanga verso il boogaloo ante
litteram, con una sezione ritmica in piena corsa e un flauto che duetta con il
piano in spirali quasi jazzistiche.
In Pa’
Chismoso Tú, scritta da René Touzet (grande compositore
cubano), il gruppo mostra il suo rispetto per la tradizione caraibica: ritmo
impeccabile, struttura corale classica e un uso delle pause che dà respiro al
groove.
Con Los
Pachangueros e Mira Mira, il combo
raggiunge il cuore della sua estetica: melodie semplici ma trascinanti, ritmo
irresistibile e un dialogo costante fra voce e strumenti che ricorda la
spontaneità delle sessioni di rumba da cortile.
Il
lato B si apre con Pachanga Que No Cansa, il brano eponimo, che
riassume tutta la filosofia dell’album: un invito continuo al ballo, un gioco
di fiati, flauto e piano in cui ogni nota sembra una scintilla. Il ritmo,
sempre sostenuto, è una celebrazione del corpo e della collettività: musica
come resistenza alla fatica.
Juanucho prosegue con un tono più narrativo,
quasi folklorico, dove la voce racconta una piccola storia di quartiere su un
tappeto di ritmo sincopato.
Mosaico
Pachanga è un medley festoso che intreccia motivi tradizionali e
frammenti di temi popolari, mostrando la versatilità del gruppo e la loro
capacità di fondere repertorio e improvvisazione con disinvoltura.
Con El
Platanal de Bartolo, si ritorna a un’atmosfera più “tropicale”:
flauti e violini disegnano melodie sinuose, mentre le percussioni mantengono
una tensione allegra ma mai frenetica.
Los
Pañuelos e Qué Buena Es chiudono
l’album con due esempi perfetti di pachanga pura: ritmo
binario, piano incalzante, cori che rispondono in eco e un finale che lascia il
gusto del sudore, del rumore di strada, della musica che continua anche dopo la
fine del disco.
Dal
punto di vista musicale, Pachanga Que No Cansa è un
documento prezioso di transizione: la
pachanga, nata a Cuba come fusione di danzón e son, trova qui una nuova vita in
Colombia, dove viene resa più ritmica, più terrestre, meno elegante ma più
autentica.
Il lavoro di Kike y Su Combo
si distingue per la solidità dell’ensemble:
ogni strumento è parte di un ingranaggio perfetto, dove la ripetizione non è
monotonia ma trance collettiva. Il suono è asciutto, diretto, registrato con
quella ruvidità analogica che restituisce il calore del vivo.
La voce di Jimmy
Contreras, sempre chiara e comunicativa, diventa il tramite
emotivo fra pubblico e orchestra: il “cantante de barrio” che trasforma la
quotidianità in festa.
Criticamente, il disco rappresenta la pachanga
nella sua forma più popolare e fisica: meno sofisticata
rispetto ai modelli cubani di Fajardo o Orquesta Aragón, ma più pulsante, più
carnale. È il punto d’incontro fra la tradizione caraibica e la modernità
tropicale colombiana, preludio alla salsa che esploderà pochi anni dopo.
Pachanga
Que No Cansa è, come
il suo titolo promette, una celebrazione senza fine: il ritmo che non si
esaurisce, la musica che non si ferma.
In un’epoca in cui le grandi orchestre di charanga dialogavano con il pop
latino e la radio iniziava a diffondere il suono tropicale in tutto il
continente, Kike y Su Combo riuscirono a catturare l’essenza popolare e
collettiva della pachanga: il sorriso, il ballo, la stanchezza
che diventa gioia.
Riascoltato oggi, l’album suona come un
invito: non solo a ballare, ma a ricordare un tempo in cui la musica
latinoamericana era fatta di strumenti veri, di mani che picchiavano sulle
congas, di fiati che respiravano insieme.
Una pachanga
que no cansa, davvero perché appartiene alla vita stessa.
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