C’è qualcosa di
primordiale e insieme già consapevole nel secondo singolo dei Proton
Energy Pills, la band di Wollongong che, tra il 1988 e il 1990, tenne
acceso un fuoco breve ma potentissimo nella scena australiana. Pubblicato nel
febbraio del 1990 per la label indipendente Waterfront Records, “(Less
Than I) Spend / Strawberry Patch” è il documento sonoro di una band
che sta bruciando in tempo reale: troppo grande per restare underground, troppo
istintiva per adattarsi a una produzione levigata.
L’Australia di fine anni
Ottanta non era un luogo neutro per il rock: era una terra di chitarre distorte
e di indipendenza ostinata, dove l’eco di Radio Birdman, The
Celibate Rifles e dei New Christs conviveva con
l’arrivo di nuove influenze americane il suono di Hüsker Dü,
dei Dinosaur Jr., dei Replacements.
I Proton Energy Pills incarnavano esattamente quel punto di passaggio. Fratelli
Curley (David alla voce, Lenny alla chitarra, Jay al basso), Stewart
Cunningham alla seconda chitarra e Richie Lewis alla
batteria (futuro frontman dei Tumbleweed) avevano trovato una
formula perfetta: il garage-punk australiano tradotto nella grammatica della
generazione post-hardcore.
Registrato ai Sound
Barrier Studios con la produzione di J Mascis (proprio
lui, dei Dinosaur Jr.), il lato A è un manifesto di densità e impeto.
“(Less Than I) Spend” apre con un riff corposo, sabbioso, che sembra provenire
da un nastro troppo saturo. Mascis, con la sua mano pesante ma sensibile,
cattura l’essenza della band: chitarre che non cercano la perfezione ma
l’impatto, batteria che spinge come un motore incandescente, voce che emerge
come un grido filtrato dal vento.
Il brano dura poco più
di quattro minuti e mezzo ma sembra un viaggio più lungo, grazie al suo
crescendo psichedelico e alle sovraincisioni che si sovrappongono fino a
sfociare in un caos controllato. La voce di David Curley non
urla si impone, come un predicatore stanco di cercare redenzione. Le linee di
chitarra di Lenny Curley e Stewart Cunningham dialogano
tra fuzz e feedback, mentre la sezione ritmica (Jay al basso, Richie alla
batteria) tiene la rotta con una precisione punk e un groove quasi stoner
ante-litteram.
È un suono “americano” nell’impianto, ma con un’anima australianissima:
diretta, sabbiosa, senza pose.
L’intervento vocale del
misterioso Beach Ball ai cori dà un tocco straniante e quasi
ironico, come se il brano avesse coscienza della sua stessa intensità. Mascis,
nel mix, enfatizza i medi al punto da far sembrare tutto compresso e rumoroso,
ma il risultato è coerente con lo spirito della band: suonare come se ogni take
potesse essere l’ultima.
Prodotto da Paul
Tagg, “Strawberry Patch” mostra un volto diverso, più
spontaneo e viscerale. È più breve (2:40), più immediato e meno stratificato,
con una sensibilità melodica che anticipa le future deviazioni
pop-psichedeliche di membri come Cunningham nei Asteroid B-612 e
i Curley nei Tumbleweed.
La canzone suona come
un’istantanea da garage suburbano: un riff semplice, una voce che canta come se
stesse ricordando qualcosa di perduto, e un ritornello che si apre in modo
inatteso, quasi malinconico. Il “P.E.P. Choir” cioè la band stessa ai
cori aggiunge un senso di comunione, di gruppo che grida insieme.
L’energia qui è più domestica, meno esplosiva ma più emotiva: si sente la
stanchezza dopo l’adrenalina del lato A, un calo di tensione che diventa
introspezione.
Il singolo, nel suo
insieme, è un piccolo trattato sul passaggio tra due epoche: da un lato la
furia proto-grunge e l’urgenza punk degli anni ’80, dall’altro la nascita di
una sensibilità più introspettiva e “slacker”, quella che negli Stati Uniti
prenderà corpo con il movimento alternative. I Proton Energy Pills, pur
restando confinati alla scena australiana, anticipano quella mutazione.
Il sound è sporco,
viscerale, ma mai dilettantesco. Si percepisce il peso della produzione: Mascis
lascia un’impronta inconfondibile sul lato A (distorsioni compresse, mix
squilibrato sulle chitarre, batteria quasi sepolta), mentre Tagg opta per un
approccio più diretto e asciutto sul lato B.
Il vinile stesso, con il suo artwork semplice e quasi fanzinistico (fotografie
di Sharon, layout di Richie), racconta un’estetica che vive più di autenticità
che di stile.
Questo 7" è, in retrospettiva,
uno dei tasselli fondamentali del rock indipendente australiano di fine
decennio. La band non durò a lungo, ma da essa germogliarono i Tumbleweed,
i Asteroid B-612, e più in generale l’ondata di gruppi che nei
primi anni ’90 avrebbero portato il suono fuzz australiano a nuovi livelli.
Il singolo, pubblicato da Waterfront, è anche un simbolo del modo in cui le
label indipendenti australiane dell’epoca riuscivano a catturare istanti
irripetibili: poche copie, molta passione, zero calcolo.
“(Less Than I) Spend /
Strawberry Patch” non è un capolavoro nel senso accademico del termine, ma è un
documento potentissimo. È il suono di una band giovane che si misura con il
proprio limite, e proprio nel limite trova la propria grandezza.
Lato A: energia pura, compressa e catartica; lato B: introspezione, malinconia,
melodia. In mezzo, tutto quello che fa grande un 7" indipendente:
spontaneità, urgenza, identità.
Ascoltato oggi, il
singolo conserva un fascino intatto. Non è un oggetto da museo, ma una testimonianza
viva: quella di un gruppo che suonava non per piacere, ma per necessità.
E questa necessità, in fondo, è ciò che rende immortale ogni grande pezzo di
rock.
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