Nel 1977, mentre l’Europa danzava fra strobosfere,
velluti sintetici e ritornelli carichi di fiati, un piccolo 7” italiano si fece
strada nelle discoteche più curiose: Soul Dracula dei Red Blood, pubblicato dalla Maximus,
etichetta indipendente nota per cavalcare l’onda disco con prodotti immediati,
bizzarri e pensati più per il dancefloor che per la critica.
Una produzione che, già al primo sguardo, promette stranezze: un titolo che
unisce l’anima (“Soul”) alla figura gotica per eccellenza (“Dracula”).
Come molte formazioni disco nate nell’Italia della
seconda metà dei ’70, i Red Blood
sono più un progetto di studio che una vera band. Musicisti turnisti,
produttori e vocalist ruotavano attorno a quello pseudonimo, costruendo
un’identità effimera e scenografica. In questo caso le firme di L. Melwing, M. Ambruster e P. Duc
suggeriscono un team internazionale (o che voleva sembrarlo), probabilmente
assemblato da produttori italiani con ambizioni di esportazione.
Nel mercato discografico dell’epoca era normale creare
“band fantasma” per un singolo, soprattutto se il brano puntava su un concept
forte come quello vampirico, perfettamente in linea con l’estetica
sci-fi/horror che contaminava le piste da ballo.
Il lato A è il cuore pulsante dell’intero progetto. Soul
Dracula è un esempio perfetto di quelle produzioni disco che inseguivano il
successo degli effetti sonori, dei cori ipnotici e delle figure pop
riconoscibili.
La canzone si apre con un’atmosfera teatrale, quasi
una piccola messa in scena: sospiri, voce profonda e un groove immediato,
costruito su basso pulsante e un ritmo quadrato, perfetto per la pista. La voce
“draculesca”, volutamente caricaturale, segue la tradizione delle novelty disco
songs, brani che univano ironia e sensualità, imitazioni e travestimenti.
Il ritornello è incisivo, un richiamo continuo che si
appoggia su arrangiamenti elettronici semplici ma funzionali. Non è un brano
che punta alla raffinatezza: punta all’effetto. E ci riesce.
Dove invece il pezzo mostra i suoi limiti è nella
ripetitività: l’idea è brillante, ma l’esecuzione lascia poco spazio allo sviluppo.
Dopo i primi minuti si è già compreso tutto ciò che il brano ha da offrire; ciò
nonostante, la sua forza sta proprio nell’essere un oggetto pop monolitico, una
piccola gemma di kitsch disco che sa esattamente dove vuole arrivare.
Il lato B, Sans Dracula, è la versione
strumentale del lato A.
Il singolo rientra nella serie Discoteque Sound,
chiaro segno che l’intento era quello di inserirsi nel circuito club italiano.
La copertina firmata da Paolo Izzo
rispecchia pienamente l’estetica dell’epoca: suggestiva, un po’ pulp, immediata
nel richiamare l’immaginario vampireggiante.
Soul Dracula è uno di quei brani che oggi definiremmo “cult
minore”, un perfetto esempio della creatività sfrenata, talvolta ingenua, spesso geniale, della disco italiana anni ’70.
Musicalmente non è un capolavoro, ma è straordinariamente efficace: prende
un’idea assurda e la trasforma in uno spettacolo da pista.
La sua vera forza è proprio nell’eccesso: la voce di
Dracula che strizza l’occhio al pubblico, l’elettronica semplice ma contagiosa,
il concept che mescola horror e dancefloor e il carattere di artefatto pop
creato in studio.
Oggi Soul Dracula vive come reliquia pop come
testimonianza di un periodo in cui la disco non aveva paura di sperimentare,
giocare e travestirsi.
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