Ci sono dischi che
nascono come accessori a un film e finiscono per diventare qualcosa di più: una
mappa emotiva, un diario sonoro, un racconto che continua anche quando lo
schermo si spegne.
Il Decamerone Nero di Luciano Michelini e Bana
Sissokho, pubblicato nel 1972 per la RCA, è uno di quei dischi.
All’inizio si presenta
come una colonna sonora di genere, un prodotto del cinema italiano dei primi
Settanta – tra erotismo, allegoria e fascinazione esotica. Ma basta far
scendere la puntina sul vinile per capire che dietro le immagini ci sono due
mondi che si guardano e si cercano: quello orchestrale, elegante e un po’
malinconico di Michelini, e quello vivo, pulsante, arcaico, di Bana Sissokho e
delle registrazioni africane che punteggiano il disco come fari notturni.
Il disco si apre
con La Reina Bella, la voce di Beryl Cunningham che
affiora morbida, quasi trasognata. È un canto di desiderio e di distanza, una
melodia che si piega come un ventaglio e si richiude su se stessa.
Nelle sue diverse versioni La Reggia, Il Bagno Sacro la canzone ritorna, si trasforma, si riflette come un volto nell’acqua.
Michelini la modella come un tema cinematografico classico: riconoscibile,
seducente, ma sempre leggermente spostato dal centro, come se cercasse qualcosa
che non può del tutto afferrare.
Poi arriva la versione
“originale” di Bana Sissokho: stessa melodia, ma altro spirito. La voce si fa
ruvida, la lingua cambia ritmo, la musica torna alla terra. Quello che era una
ballata occidentale si trasforma in preghiera, rito, memoria. È come se il
film, e con lui l’album, restituissero per un istante ciò che avevano preso in
prestito.
Le tracce di Michelini Tema di Duva, Tema d’Amore, La Foresta
dell’Amore non si limitano a “commentare” le immagini: le ampliano,
le sospendono, le raccontano con una lente musicale che predilige l’intimità al
dramma.
I suoi arrangiamenti scorrono come velluto: archi e fiati che respirano piano,
tastiere che disegnano spazi di luce tra i corpi. C’è qualcosa di malinconico e
insieme sensuale nella sua scrittura, come se l’Africa del titolo non fosse
quella reale, ma un luogo dell’immaginazione, una proiezione di desiderio e di
nostalgia.
Michelini, con il suo
jazz addolcito e i ritmi appena accennati, costruisce un’Africa interiore,
filmica, vista attraverso lo sguardo europeo del cinema dell’epoca. È un sogno
a occhi aperti, ma anche un dialogo possibile, che la presenza di Bana Sissokho
contribuisce a rendere più autentico.
Girato il disco, cambia
tutto.
Le prime tracce del lato B Incantesimo al paese Bassari, Canto
lavandaie, Danzatori della regina, Festa al villaggio sono registrazioni dal vivo raccolte in Africa: voci, tamburi,
passi, cori.
Il suono si fa ruvido, immediato, reale. Non c’è più orchestrazione, non c’è
filtro. Si sente la polvere, la notte, la collettività.
È come se il disco, dopo aver attraversato la fantasia e il cinema, tornasse
finalmente al punto d’origine: alla musica come gesto, come vita, come rito.
In mezzo a questi
frammenti si insinuano di nuovo le composizioni di Bana Sissokho Tema
di Simoa, Tema di Mande, Manzani che
collegano i due mondi. Le sue canzoni sono ponti di voce, delicate e insieme
magnetiche: portano la libertà del canto africano dentro la struttura del
vinile occidentale.
Ascoltato oggi, Il
Decamerone Nero suona come un dialogo sospeso.
Da un lato, l’orchestra di Michelini cerca un’Africa che è al tempo stesso
reale e immaginata; dall’altro, le voci registrate sul campo e quelle di Bana
Sissokho ricordano che quella realtà esiste, respira, non è un miraggio
estetico.
Il disco oscilla
continuamente tra appropriazione e restituzione, tra sogno e documento, tra
dolcezza melodica e verità del suono.
E proprio in questa oscillazione si nasconde la sua forza: il riconoscimento
della distanza, ma anche la volontà di attraversarla.
Il Decamerone Nero non è un album di
canzoni da canticchiare, né un puro documento etnografico. È un film
senza immagini, un’esperienza di ascolto che procede per scene, flash,
dissolvenze.
Michelini orchestra emozioni, Sissokho le riporta alla terra, le registrazioni
tradizionali le radicano nel corpo collettivo.
Alla fine, ciò che resta è un affresco fragile e bellissimo di un’epoca in cui
il cinema italiano cercava altrove un riflesso di sé, e la musica era il
tramite più sincero di quel desiderio.
Quando l’ultima
traccia, Festa al villaggio, si dissolve nel silenzio,
l’ascoltatore resta con un senso di viaggio.
Un viaggio incompiuto, forse, ma necessario: dall’orchestra allo strumento a
mano, dal microfono da studio alla voce che nasce nella polvere.
Luciano Michelini e Bana
Sissokho, senza saperlo, hanno inciso un piccolo miracolo: una colonna sonora
che non accompagna soltanto un film, ma racconta la possibilità fragile,
luminosa di un incontro tra mondi diversi, tra l’immaginario europeo e la realtà
africana.
Un incontro che, a distanza di cinquant’anni, suona ancora come una promessa di
rispetto e curiosità, scolpita in vinile.
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