lunedì 27 ottobre 2025

Luciano Michelini / Bana Sissokho – Il Decamerone Nero (RCA Original Cast – OLS 12, Lp, 1972)

Ci sono dischi che nascono come accessori a un film e finiscono per diventare qualcosa di più: una mappa emotiva, un diario sonoro, un racconto che continua anche quando lo schermo si spegne.
Il Decamerone Nero di Luciano Michelini e Bana Sissokho, pubblicato nel 1972 per la RCA, è uno di quei dischi.

All’inizio si presenta come una colonna sonora di genere, un prodotto del cinema italiano dei primi Settanta – tra erotismo, allegoria e fascinazione esotica. Ma basta far scendere la puntina sul vinile per capire che dietro le immagini ci sono due mondi che si guardano e si cercano: quello orchestrale, elegante e un po’ malinconico di Michelini, e quello vivo, pulsante, arcaico, di Bana Sissokho e delle registrazioni africane che punteggiano il disco come fari notturni.

Il disco si apre con La Reina Bella, la voce di Beryl Cunningham che affiora morbida, quasi trasognata. È un canto di desiderio e di distanza, una melodia che si piega come un ventaglio e si richiude su se stessa.
Nelle sue diverse versioni La ReggiaIl Bagno Sacro la canzone ritorna, si trasforma, si riflette come un volto nell’acqua.
Michelini la modella come un tema cinematografico classico: riconoscibile, seducente, ma sempre leggermente spostato dal centro, come se cercasse qualcosa che non può del tutto afferrare.

Poi arriva la versione “originale” di Bana Sissokho: stessa melodia, ma altro spirito. La voce si fa ruvida, la lingua cambia ritmo, la musica torna alla terra. Quello che era una ballata occidentale si trasforma in preghiera, rito, memoria. È come se il film, e con lui l’album, restituissero per un istante ciò che avevano preso in prestito.

Le tracce di Michelini Tema di DuvaTema d’AmoreLa Foresta dell’Amore non si limitano a “commentare” le immagini: le ampliano, le sospendono, le raccontano con una lente musicale che predilige l’intimità al dramma.
I suoi arrangiamenti scorrono come velluto: archi e fiati che respirano piano, tastiere che disegnano spazi di luce tra i corpi. C’è qualcosa di malinconico e insieme sensuale nella sua scrittura, come se l’Africa del titolo non fosse quella reale, ma un luogo dell’immaginazione, una proiezione di desiderio e di nostalgia.

Michelini, con il suo jazz addolcito e i ritmi appena accennati, costruisce un’Africa interiore, filmica, vista attraverso lo sguardo europeo del cinema dell’epoca. È un sogno a occhi aperti, ma anche un dialogo possibile, che la presenza di Bana Sissokho contribuisce a rendere più autentico.

 

Girato il disco, cambia tutto.
Le prime tracce del lato B Incantesimo al paese BassariCanto lavandaieDanzatori della reginaFesta al villaggio sono registrazioni dal vivo raccolte in Africa: voci, tamburi, passi, cori.
Il suono si fa ruvido, immediato, reale. Non c’è più orchestrazione, non c’è filtro. Si sente la polvere, la notte, la collettività.
È come se il disco, dopo aver attraversato la fantasia e il cinema, tornasse finalmente al punto d’origine: alla musica come gesto, come vita, come rito.

In mezzo a questi frammenti si insinuano di nuovo le composizioni di Bana Sissokho Tema di SimoaTema di MandeManzani che collegano i due mondi. Le sue canzoni sono ponti di voce, delicate e insieme magnetiche: portano la libertà del canto africano dentro la struttura del vinile occidentale.

Ascoltato oggi, Il Decamerone Nero suona come un dialogo sospeso.
Da un lato, l’orchestra di Michelini cerca un’Africa che è al tempo stesso reale e immaginata; dall’altro, le voci registrate sul campo e quelle di Bana Sissokho ricordano che quella realtà esiste, respira, non è un miraggio estetico.

Il disco oscilla continuamente tra appropriazione e restituzione, tra sogno e documento, tra dolcezza melodica e verità del suono.
E proprio in questa oscillazione si nasconde la sua forza: il riconoscimento della distanza, ma anche la volontà di attraversarla.

Il Decamerone Nero non è un album di canzoni da canticchiare, né un puro documento etnografico. È un film senza immagini, un’esperienza di ascolto che procede per scene, flash, dissolvenze.
Michelini orchestra emozioni, Sissokho le riporta alla terra, le registrazioni tradizionali le radicano nel corpo collettivo.
Alla fine, ciò che resta è un affresco fragile e bellissimo di un’epoca in cui il cinema italiano cercava altrove un riflesso di sé, e la musica era il tramite più sincero di quel desiderio.

Quando l’ultima traccia, Festa al villaggio, si dissolve nel silenzio, l’ascoltatore resta con un senso di viaggio.
Un viaggio incompiuto, forse, ma necessario: dall’orchestra allo strumento a mano, dal microfono da studio alla voce che nasce nella polvere.

Luciano Michelini e Bana Sissokho, senza saperlo, hanno inciso un piccolo miracolo: una colonna sonora che non accompagna soltanto un film, ma racconta la possibilità fragile, luminosa di un incontro tra mondi diversi, tra l’immaginario europeo e la realtà africana.
Un incontro che, a distanza di cinquant’anni, suona ancora come una promessa di rispetto e curiosità, scolpita in vinile.

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