Nel giugno del 1967, mentre il mondo si colorava di
psichedelia e rivoluzione, Wes Montgomery entrava nei Van Gelder Studios di
Englewood Cliffs, un tempio del jazz, per registrare un disco che avrebbe
spiazzato puristi e incantato un pubblico nuovo. A Day in the Life non è
solo un album: è una dichiarazione di metamorfosi.
Sotto la guida del produttore Creed
Taylor e dell’arrangiatore Don
Sebesky, Montgomery abbandona il linguaggio crudo e clubistico dei suoi
lavori per Riverside e Verve, per tuffarsi in un universo più levigato,
orchestrale, quasi cinematografico.
L’apertura del disco è affidata a “A Day in the
Life” dei Beatles un manifesto. La chitarra di Montgomery, sempre morbida e
cantabile, sostituisce la voce di Lennon con una dolcezza stranamente inquieta.
Le orchestrazioni di Sebesky gonfiano e si ritirano come onde, evocando la
stessa tensione dell’originale ma filtrata attraverso velluto e luci soffuse.
Non è un’imitazione, è un’appropriazione: Wes trasforma la canzone in un
paesaggio tonale dove il jazz incontra la pop culture e ne esce con dignità.
Segue “Watch What Happens”, brano di Michel
Legrand, dove il groove di Grady Tate
e la precisione di Ron Carter al
basso creano un terreno elegante per i fraseggi curvilinei del chitarrista. È
il Wes “easy listening”, ma non banale: dietro la levigatezza c’è un controllo
tecnico assoluto, una voce che canta con le corde più che con le dita.
“When a Man Loves a Woman” e “California Nights”
flirtano apertamente con il pop orchestrale dell’epoca l’eco del suono A&M
che Creed Taylor stava perfezionando per conquistare la radio FM. C’è un’idea
precisa: portare il jazz nei salotti, negli stereo hi-fi, in una nuova
borghesia sonora.
Poi arriva “Angel”, unico brano originale del
disco. È un istante intimo, quasi una confessione. Qui Wes parla nel suo
linguaggio: accordi costruiti a blocchi, frasi che respirano come linee vocali,
un senso di calma interiore che ricorda il suo passato bluesy ma lo proietta in
un contesto da colonna sonora.
Il secondo lato si apre con un’altra incursione
beatlesiana: “Eleanor Rigby”. Sebesky trasforma la solitudine del testo
in una mini sinfonia urbana, e Wes la interpreta con un pathos contenuto, quasi
rassegnato.
La successiva “Willow Weep for Me” è forse il momento più autenticamente
jazz dell’album: la chitarra respira, Herbie Hancock al piano disegna ombre
discrete, Ron Carter ancora una volta dà corpo al suono. È qui che il disco
trova la sua anima: una tristezza elegante, un lusso emotivo.
Le ultime tracce: “Windy”, “Trust in Me”
e “The Joker” oscillano tra il leggero e il sofisticato. “Windy”
anticipa lo smooth jazz che nascerà negli anni ’70; “Trust in Me”
riporta una tensione quasi noir, con un arrangiamento denso di archi e fiati; “The
Joker” chiude con ironia malinconica, come un sipario che cala su una nuova
identità musicale.
Criticamente, A Day in the Life divise il
pubblico. I puristi gridarono al tradimento: troppo pop, troppo lucido, troppo
“lounge”. Ma ascoltato oggi, il disco suona come un passo inevitabile
nell’evoluzione del jazz verso il crossover.
Wes Montgomery, morto appena un anno dopo, non vide il pieno impatto del suo
coraggio. Senza questo album non ci sarebbero stati George Benson, Grover
Washington Jr., Pat Metheny o lo smooth jazz degli anni Ottanta.
Il lavoro di Rudy
Van Gelder al suono è impeccabile: caldo, tridimensionale, con una
chiarezza che fa risaltare la chitarra come se fluttuasse sopra un tappeto
orchestrale.
Sebesky, da parte sua, scrive
arrangiamenti che non soffocano l’improvvisazione, ma la incastonano come un
diamante in un gioiello pop.
A Day in the Life è un disco di confine: né jazz puro né semplice pop,
ma un dialogo tra due mondi. È l’alba di un linguaggio che cerca di parlare a
tutti, senza rinunciare all’anima.
Montgomery, con la sua timidezza sonora e il suo tocco umano, riesce dove molti
fallirono: portare la chitarra jazz nel cuore della cultura popolare senza
svenderne la poesia.
Ascoltarlo oggi significa assistere alla nascita di
un’estetica quella del “cool orchestrale”, dell’eleganza accessibile che ancora
influenza il modo in cui pensiamo al jazz come musica della “Modern Town.
Nessun commento:
Posta un commento