martedì 11 novembre 2025

The Chico Hamilton Quintet – Gongs East! (Warner Bros. Records – W 1271, Lp, 1959)

Siamo nel 1959, un anno spartiacque per il jazz: Kind of Blue, The Shape of Jazz to Come, Mingus Ah Um, Time Out. In questo contesto febbrile, Gongs East! sembra arrivare come un miraggio: un album che non urla rivoluzione, ma che la sussurra tra gong e flauti, nella penombra di un jazz da camera impregnato di mistero.

Chico Hamilton, batterista di finezza e architetto di atmosfere, guida qui una formazione che è quasi un laboratorio sonoro. La presenza di Eric Dolphy al sax alto, clarinetto basso e flauto è l’elemento più esplosivo: un artista sul punto di scoprire sé stesso, ma ancora integrato in una cornice controllata.

Hamilton ha sempre amato infrangere i confini del classico quintetto jazz. Qui sostituisce il pianoforte con il violoncello di Nathan Gershman, creando una tessitura che suona insieme cameristica e tribale.
La chitarra di Dennis Budimir e il contrabbasso di Wyatt Ruther completano un impasto timbrico raffinato, quasi “da salotto astrale”: il risultato è un jazz sospeso, dove ogni nota sembra una domanda rivolta al silenzio.

L’album si apre come un risveglio: in “Beyond The Blue Horizon” i gong tintinnano, e Dolphy intona un tema che fluttua tra esotismo e malinconia. È un inizio cinematografico quasi una colonna sonora per un viaggio mentale verso un Oriente immaginato più che conosciuto.

Con “Where I Live “il quintetto si fa più intimo: la chitarra cesella linee delicate, il violoncello entra come voce umana, e Hamilton dirige con le bacchette come un pittore impressionista. È il brano che più richiama il cool jazz della West Coast, ma già disturbato da una sottile inquietudine.

La title track è il cuore concettuale del disco. Hamilton utilizza i gong come veri protagonisti, alternando pulsazioni rituali e respiri sospesi. Dolphy, al flauto, trasforma la melodia in una danza eterea. È come ascoltare il jazz dissolversi nel misticismo.

“I Gave My Love A Cherry” è una ballata tradizionale americana che diventa elegia astratta. Dolphy porta la melodia in territori quasi weberniani: il fraseggio spezzato, la voce del flauto che diventa fragile e ironica. Un brano di quieta dissonanza, dove la nostalgia si mescola all’avanguardia.

Good Grief, Dennis” chiude il lato A, come suggerisce il titolo, è un momento più leggero, quasi ironico. Budimir alla chitarra esplora linee pungenti, mentre Hamilton mantiene un groove cauto ma elastico. È l’unico istante “urbano” del lato A, un respiro tra due meditazioni.

Il lato B si apre con “Long Ago” dove Dolphy si fa lirico, e il brano fluttua come un ricordo sfocato. Qui il quintetto riesce a coniugare malinconia e struttura: ogni strumento sembra raccontare la stessa storia da un punto di vista diverso.

In “Tuesday At Two” si ha di fronte un jazz quasi geometrico: ritmo asciutto, temi brevi, interplay serrato. La scrittura di Hamilton è precisa, controllata, ma lascia a Dolphy spiragli per piccoli lampi d’improvvisazione visionaria.

“ Nature By Emerson” è un titolo programmatico: la natura vista come equilibrio mistico. Qui si sente la spiritualità latente di Hamilton. I suoni si dilatano, e Dolphy, ora al clarinetto basso, costruisce frasi che sembrano evocare il respiro della terra.

Con “Far East” si ritorna al tema esotico: i gong rintoccano come in un rituale, e tutto il gruppo si muove in un flusso ipnotico. Jazz modale, timbri orientaleggiante e un senso di sospensione quasi cinematografico.

Il disco si chiude con un omaggio a Billy Strayhorn “Passion F”. È come un ritorno all’Occidente, ma filtrato dall’esperienza visionaria dei brani precedenti. Dolphy, struggente, sembra dire addio con grazia e inquietudine.

Gongs East! è un disco che sfugge alle categorie.
Non è propriamente cool jazz, non è ancora free, e non è nemmeno third stream nel senso accademico del termine. È un territorio ibrido — uno dei più affascinanti dell’epoca.

Chico Hamilton riesce a creare una musica da camera afroamericana, dove ogni suono ha il peso di un gesto poetico.
Eric Dolphy, ancora all’inizio della sua parabola, mostra qui i primi segnali di quella libertà formale che esploderà un anno dopo con Mingus e poi in Outward Bound.

Il suono è pulito, quasi asettico, ma pieno di piccoli misteri. Gli spazi vuoti contano quanto le note. Hamilton costruisce il disco come un film sonoro e il titolo, “Gongs East!”, allude proprio a un orizzonte estetico dove jazz, spiritualità e immaginario orientale si incontrano senza mai fondersi del tutto.

Gongs East! è una piccola gemma nel catalogo Warner Bros., un disco che suona come una traccia segreta della transizione tra gli anni ’50 e i ’60.
Non ha la potenza rivoluzionaria dei grandi titoli del 1959, ma ne possiede l’aura anticipatrice: una calma prima della tempesta.
Un album per chi ama i dettagli, i silenzi, e la sensazione di ascoltare qualcosa che accade lontano “oltre l’orizzonte blu”, appunto.

Nessun commento:

Posta un commento