Siamo
nel 1959, un anno spartiacque per il jazz: Kind of Blue, The
Shape of Jazz to Come, Mingus Ah Um, Time
Out. In questo contesto febbrile, Gongs East! sembra arrivare
come un miraggio: un album che non urla rivoluzione, ma che la sussurra tra
gong e flauti, nella penombra di un jazz da camera impregnato di mistero.
Chico Hamilton, batterista di finezza e
architetto di atmosfere, guida qui una formazione che è quasi un laboratorio
sonoro. La presenza di Eric Dolphy al sax alto, clarinetto basso e flauto è
l’elemento più esplosivo: un artista sul punto di scoprire sé stesso, ma ancora
integrato in una cornice controllata.
Hamilton
ha sempre amato infrangere i confini del classico quintetto jazz. Qui
sostituisce il pianoforte con il violoncello di Nathan Gershman, creando una
tessitura che suona insieme cameristica e tribale.
La chitarra di Dennis Budimir
e il contrabbasso di Wyatt Ruther completano un impasto timbrico raffinato,
quasi “da salotto astrale”: il risultato è un jazz sospeso, dove ogni nota
sembra una domanda rivolta al silenzio.
L’album
si apre come un risveglio: in “Beyond The Blue Horizon”
i gong tintinnano, e Dolphy intona un tema che fluttua tra esotismo e
malinconia. È un inizio cinematografico quasi una colonna sonora per un viaggio
mentale verso un Oriente immaginato più che conosciuto.
Con “Where I Live
“il quintetto si fa più intimo: la chitarra cesella linee delicate, il
violoncello entra come voce umana, e Hamilton dirige con le bacchette come un
pittore impressionista. È il brano che più richiama il cool jazz
della West Coast, ma già disturbato da una sottile inquietudine.
La title track è il cuore concettuale
del disco. Hamilton utilizza i gong come veri protagonisti, alternando
pulsazioni rituali e respiri sospesi. Dolphy, al flauto, trasforma la melodia
in una danza eterea. È come ascoltare il jazz dissolversi nel misticismo.
“I Gave My Love A Cherry” è una ballata tradizionale americana che
diventa elegia astratta. Dolphy porta la melodia in territori quasi weberniani:
il fraseggio spezzato, la voce del flauto che diventa fragile e ironica. Un
brano di quieta dissonanza, dove la nostalgia si mescola all’avanguardia.
“Good Grief, Dennis” chiude il
lato A, come suggerisce il titolo, è un momento più leggero,
quasi ironico. Budimir alla chitarra esplora linee pungenti, mentre Hamilton
mantiene un groove cauto ma elastico. È l’unico istante “urbano” del lato A, un
respiro tra due meditazioni.
Il lato B si apre con “Long Ago” dove Dolphy si fa lirico, e il brano fluttua
come un ricordo sfocato. Qui il quintetto riesce a coniugare malinconia e
struttura: ogni strumento sembra raccontare la stessa storia da un punto di
vista diverso.
In “Tuesday At Two” si ha di
fronte un jazz
quasi geometrico: ritmo asciutto, temi brevi, interplay serrato. La scrittura
di Hamilton è precisa, controllata, ma lascia a Dolphy spiragli per piccoli lampi
d’improvvisazione visionaria.
“ Nature By Emerson” è un titolo programmatico: la natura vista
come equilibrio mistico. Qui si sente la spiritualità latente di Hamilton. I
suoni si dilatano, e Dolphy, ora al clarinetto basso, costruisce frasi che
sembrano evocare il respiro della terra.
Con “Far East” si ritorna al tema esotico: i gong
rintoccano come in un rituale, e tutto il gruppo si muove in un flusso
ipnotico. Jazz modale, timbri orientaleggiante e un senso di sospensione quasi
cinematografico.
Il disco si chiude con un omaggio a
Billy Strayhorn “Passion F”. È
come un ritorno all’Occidente, ma filtrato dall’esperienza visionaria dei brani
precedenti. Dolphy, struggente, sembra dire addio con grazia e inquietudine.
Gongs
East! è un disco che
sfugge alle categorie.
Non è propriamente cool jazz, non è ancora free, e
non è nemmeno third
stream nel senso accademico del termine. È un territorio ibrido —
uno dei più affascinanti dell’epoca.
Chico Hamilton riesce a creare una musica da camera
afroamericana, dove ogni suono ha il peso di un gesto poetico.
Eric Dolphy, ancora all’inizio della sua parabola, mostra qui i primi segnali
di quella libertà formale che esploderà un anno dopo con Mingus e poi in Outward
Bound.
Il suono è pulito, quasi asettico, ma
pieno di piccoli misteri. Gli spazi vuoti contano quanto le note. Hamilton
costruisce il disco come un film sonoro e il titolo, “Gongs East!”, allude proprio a
un orizzonte estetico dove jazz, spiritualità e immaginario orientale si
incontrano senza mai fondersi del tutto.
Gongs
East! è una piccola
gemma nel catalogo Warner Bros., un disco che suona come una traccia segreta
della transizione tra gli anni ’50 e i ’60.
Non ha la potenza rivoluzionaria dei grandi titoli del 1959, ma ne possiede
l’aura anticipatrice: una calma prima della tempesta.
Un album per chi ama i dettagli, i silenzi, e la sensazione di ascoltare
qualcosa che accade lontano “oltre l’orizzonte blu”, appunto.
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