venerdì 7 novembre 2025

Judy Collins – Wildflowers (Elektra Records EKS-74012, Lp, 1967)

Nel 1967 il mondo del folk è in piena trasformazione. Dylan ha elettrificato le parole, Joni Mitchell sta per emergere come nuova voce poetica, Leonard Cohen si affaccia alla musica dopo la poesia, e la controcultura si tinge di psichedelia e introspezione.
In questo clima nasce Wildflowers, il sesto album di Judy Collins, che segna la sua definitiva maturità artistica. È il disco in cui la Collins abbandona la veste di interprete puramente tradizionale per diventare una narratrice interiore, una traduttrice poetica delle inquietudini e delle speranze della fine degli anni Sessanta.

Prodotto con eleganza da Mark Abramson e impreziosito dagli arrangiamenti orchestrali di Joshua Rifkin (futuro interprete di Bach e arrangiatore pop d’avanguardia), Wildflowers è un capolavoro di equilibrio: folk, arte, lirismo e modernità convivono in una tensione fragile e luminosa.

L’apertura, “Michael From Mountains”, di Joni Mitchell, è una porta su un mondo sospeso. Le chitarre acustiche e il pianoforte si fondono in una struttura quasi da camera, mentre la voce di Collins si libra con una purezza cristallina. È un invito a guardare la vita da un’altezza nuova, un manifesto di innocenza consapevole.

Con “Since You Asked”, Judy debutta come autrice: una canzone intima, costruita su linee vocali eleganti e liriche. È la confessione di una donna che non teme più la vulnerabilità, e inaugura la stagione del folk introspettivo femminile che sarà poi di Mitchell, Taylor e King.

“Sisters of Mercy” e “Priests”, due brani di Leonard Cohen, trovano in Collins la loro interprete ideale. Fu proprio lei, del resto, a incoraggiare Cohen a cantare: senza la sua versione di Suzanne (1966), probabilmente non ci sarebbe stato il Cohen cantautore che conosciamo. Qui, Judy trasforma la gravità della parola coheniana in un canto mistico, quasi liturgico, ma intriso di calore terreno.

Il lato A si chiude con “A Ballata of Francesco Landini – Lasso! di Donna”, un esperimento audace: una ballata trecentesca arrangiata per ensemble da camera. È l’esempio perfetto della visione culturale di Collins una musicista colta, ma mai elitaria, capace di far convivere Medioevo, poesia e folk.

Il lato B si apre con “Both Sides Now”, ancora di Joni Mitchell, che diventerà il brano-simbolo di Judy Collins e uno dei classici assoluti del folk americano. L’arrangiamento di Rifkin, con le sue corde orchestrali e il tono malinconico, amplifica la semplicità della melodia. È una riflessione sull’ambiguità della vita e dell’amore  “I've looked at life from both sides now”  che diventa l’inno della generazione post-hippie, sospesa tra idealismo e disincanto.

Segue “La Chanson des Vieux Amants” di Jacques Brel, tradotta e interpretata con intensità cinematografica: Collins riesce a rendere universale la passione dolente di un amore che resiste al tempo.

“Sky Fell”, brevissima, è una miniatura lirica, quasi un haiku musicale.
“Albatross” è invece un vertice di malinconia e mistero: un brano orchestrale, fluttuante, che sembra anticipare la sensibilità eterea del folk degli anni Settanta.
Infine, “Hey, That’s No Way to Say Goodbye”, ancora di Cohen, chiude il disco con un tono di dolce resa: una separazione che suona come un addio consapevole, dove la voce di Judy diventa carezza e ferita.

Wildflowers è il disco che consacra Judy Collins non solo come interprete, ma come curatrice poetica del folk moderno. È un lavoro che rifiuta l’urgenza politica diretta (così presente nel folk coevo) per scegliere un linguaggio più intimo e universale. La forza del disco sta nella sua delicatezza consapevole: l’uso della voce come strumento di risonanza emotiva, il suono orchestrale che non schiaccia ma amplifica, la scelta di testi che esplorano la fragilità, la memoria, la spiritualità.

Rispetto ai lavori precedenti, Wildflowers è più sofisticato e meno “di protesta”. È un album che guarda dentro, non fuori: un diario sonoro del disincanto e della speranza. In questo senso, anticipa molta della sensibilità cantautorale degli anni ’70  da Mitchell a Carly Simon, da Nick Drake a Laura Nyro.

Pubblicato nel novembre 1967, Wildflowers ottenne un successo lento ma costante. Both Sides Now divenne una hit mondiale nel 1968, vincendo un Grammy e fissando per sempre l’immagine di Judy Collins come “voce dell’anima americana”.
Ma più che un successo commerciale, Wildflowers resta una pietra miliare estetica: il punto in cui il folk diventa arte da camera, poesia cantata, introspezione orchestrata.

È un disco che parla sottovoce, ma rimane nella memoria come un profumo che non passa  dolce, malinconico, luminoso.

 

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