Nel 1967 il mondo del folk è in piena trasformazione.
Dylan ha elettrificato le parole, Joni Mitchell sta per emergere come nuova
voce poetica, Leonard Cohen si affaccia alla musica dopo la poesia, e la
controcultura si tinge di psichedelia e introspezione.
In questo clima nasce Wildflowers, il sesto album di Judy Collins, che
segna la sua definitiva maturità artistica. È il disco in cui la Collins
abbandona la veste di interprete puramente tradizionale per diventare una
narratrice interiore, una traduttrice poetica delle inquietudini e delle
speranze della fine degli anni Sessanta.
Prodotto con eleganza da Mark Abramson e impreziosito
dagli arrangiamenti orchestrali di Joshua Rifkin (futuro interprete di
Bach e arrangiatore pop d’avanguardia), Wildflowers è un capolavoro di
equilibrio: folk, arte, lirismo e modernità convivono in una tensione fragile e
luminosa.
L’apertura, “Michael From Mountains”, di Joni
Mitchell, è una porta su un mondo sospeso. Le chitarre acustiche e il
pianoforte si fondono in una struttura quasi da camera, mentre la voce di
Collins si libra con una purezza cristallina. È un invito a guardare la vita da
un’altezza nuova, un manifesto di innocenza consapevole.
Con “Since You Asked”, Judy debutta come
autrice: una canzone intima, costruita su linee vocali eleganti e liriche. È la
confessione di una donna che non teme più la vulnerabilità, e inaugura la
stagione del folk introspettivo femminile che sarà poi di Mitchell,
Taylor e King.
“Sisters of Mercy” e “Priests”, due brani di Leonard Cohen,
trovano in Collins la loro interprete ideale. Fu proprio lei, del resto, a
incoraggiare Cohen a cantare: senza la sua versione di Suzanne (1966),
probabilmente non ci sarebbe stato il Cohen cantautore che conosciamo. Qui,
Judy trasforma la gravità della parola coheniana in un canto mistico, quasi
liturgico, ma intriso di calore terreno.
Il lato A si chiude con “A Ballata of Francesco
Landini – Lasso! di Donna”, un esperimento audace: una ballata trecentesca
arrangiata per ensemble da camera. È l’esempio perfetto della visione culturale
di Collins una musicista colta, ma mai elitaria, capace di far convivere
Medioevo, poesia e folk.
Il lato B si apre con “Both Sides Now”, ancora
di Joni Mitchell, che diventerà il brano-simbolo di Judy Collins e uno dei
classici assoluti del folk americano. L’arrangiamento di Rifkin, con le sue
corde orchestrali e il tono malinconico, amplifica la semplicità della melodia.
È una riflessione sull’ambiguità della vita e dell’amore “I've looked at life from both sides now” che diventa l’inno della generazione
post-hippie, sospesa tra idealismo e disincanto.
Segue “La Chanson des Vieux Amants” di Jacques
Brel, tradotta e interpretata con intensità cinematografica: Collins riesce a
rendere universale la passione dolente di un amore che resiste al tempo.
“Sky Fell”, brevissima, è una miniatura lirica, quasi un haiku
musicale.
“Albatross” è invece un vertice di malinconia e mistero: un brano
orchestrale, fluttuante, che sembra anticipare la sensibilità eterea del folk
degli anni Settanta.
Infine, “Hey, That’s No Way to Say Goodbye”, ancora di Cohen, chiude il
disco con un tono di dolce resa: una separazione che suona come un addio
consapevole, dove la voce di Judy diventa carezza e ferita.
Wildflowers è il disco che consacra Judy Collins non solo come
interprete, ma come curatrice poetica del folk moderno. È un lavoro che
rifiuta l’urgenza politica diretta (così presente nel folk coevo) per scegliere
un linguaggio più intimo e universale. La forza del disco sta nella sua delicatezza
consapevole: l’uso della voce come strumento di risonanza emotiva, il suono
orchestrale che non schiaccia ma amplifica, la scelta di testi che esplorano la
fragilità, la memoria, la spiritualità.
Rispetto ai lavori precedenti, Wildflowers è
più sofisticato e meno “di protesta”. È un album che guarda dentro, non fuori:
un diario sonoro del disincanto e della speranza. In questo senso, anticipa
molta della sensibilità cantautorale degli anni ’70 da Mitchell a Carly Simon, da Nick Drake a Laura
Nyro.
Pubblicato nel novembre 1967, Wildflowers
ottenne un successo lento ma costante. Both Sides Now divenne una hit
mondiale nel 1968, vincendo un Grammy e fissando per sempre l’immagine di Judy
Collins come “voce dell’anima americana”.
Ma più che un successo commerciale, Wildflowers resta una pietra
miliare estetica: il punto in cui il folk diventa arte da camera, poesia
cantata, introspezione orchestrata.
È un disco che parla sottovoce, ma rimane nella
memoria come un profumo che non passa dolce, malinconico, luminoso.
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