venerdì 7 novembre 2025

Gato Barbieri – Fénix (Philips - 6369 409 A, Lp 1973)

Dopo gli anni di militanza nel free jazz newyorkese accanto a Don Cherry e la ricerca spirituale dell’avanguardia, nel 1973 Gato Barbieri pubblica Fénix, titolo non casuale: la fenice è il simbolo della rinascita dalle ceneri, e Barbieri rinasce proprio qui, fondendo la rabbia e la malinconia del Sud America con il linguaggio cosmico e liberatorio del jazz contemporaneo.

Il clima è quello dell’esilio e della rivendicazione. In Argentina e nel continente si vive un periodo di instabilità politica, e il sax di Barbieri diventa la voce di chi non può parlare: urla, piange, implora, celebra. Fénix è un disco intriso di identità e fuoco, un manifesto sonoro latinoamericano inciso nel cuore della New York jazzistica più elettrica e cosmopolita.

L’apertura con “Tupac Amaru” (titolo dedicato all’eroe indigeno peruviano giustiziato dagli spagnoli) è già una dichiarazione d’intenti. L’elettricità della chitarra di Joe Beck e il groove di Ron Carter creano una tensione urbana che Barbieri attraversa con il suo sax tenore lacerante. È un canto di resistenza, tra modernità elettrica e ritualità ancestrale.

Segue “Carnavalito”, una delle composizioni più rappresentative del suo stile “Latino Libre”: un lungo viaggio di oltre nove minuti, dove il ritmo di festa si trasforma in un rituale estatico. Le percussioni di Na-Na e Gene Golden spingono verso la trance, mentre Lonnie Liston Smith apre spazi cosmici con il piano elettrico. Il sax di Barbieri danza e combatte: non è solo improvvisazione, è una forma di liberazione emotiva collettiva.

“Falsa Bahiana”, un classico di Dorival Caymmi, viene trasformato in un inno meticcio. Barbieri lo riporta alle radici africane del samba, ma con la tensione emotiva del jazz più spirituale. Il suo fraseggio è ruvido, quasi sgraziato, ma carico di sensualità e pathos.

Sul lato B, “El Dia Que Me Quieras” (il celebre tango di Gardel) viene reinterpretato come una preghiera laica. Il sax non suona il tema, lo canta: è Gardel re-immaginato nel linguaggio del free jazz. Qui emerge la dimensione lirica di Barbieri, più vicina a un cantante che a un solista.

“El Arriero”, di Atahualpa Yupanqui, è il brano più narrativo: il ritmo del viaggio, la polvere, la nostalgia del migrante. Ron Carter e Lennie White creano un paesaggio che fonde jazz urbano e pampa andina.

Infine “Bahia” chiude il disco in modo circolare: il ritorno al mare, alle origini africane e brasiliane della musica latina. La melodia fluisce, ma il sax non smette mai di bruciare è un addio e una rinascita insieme.

Fénix è il punto di equilibrio perfetto tra il Barbieri sperimentale di fine anni ’60 e quello più melodico e accessibile dei lavori successivi su Impulse!. È un disco “di passaggio”, ma proprio per questo necessario: conserva la libertà del free jazz, ma la incanala in strutture ritmiche e melodiche che parlano direttamente all’anima.

Rispetto al caos esplorativo del free, qui c’è una nuova disciplina: la furia è incanalata nel rito. Barbieri scopre che la vera libertà non è l’assenza di forma, ma la sua trasfigurazione attraverso il sentimento.

La produzione di Bob Thiele (già con Coltrane e Gil Scott-Heron) è pulita ma viscerale: le percussioni sono calde, il basso di Carter possente, il piano elettrico di Liston Smith aggiunge un tocco cosmico. Il suono complessivo è come una mappa: Buenos Aires, Bahia, Harlem e Lima convivono nello stesso spazio sonoro.

Fénix anticipa il percorso che porterà Barbieri verso la fama internazionale con le colonne sonore di Last Tango in Paris (1972) e con gli album su Impulse! negli anni successivi. È un disco “ponte”, ma anche un classico: la perfetta sintesi tra identità latinoamericana, modernità elettrica e spiritualità jazz.

In retrospettiva, Fénix resta uno dei vertici della musica afro-latina del decennio. Non è un disco “di genere”: è un racconto di vita, un urlo contro l’oblio, una fenice che arde nel cuore del jazz. 

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