Nel 1980, in
piena esplosione post-punk, quando la scena newyorkese oscillava tra il
nichilismo dei Suicide e il glamour sporco di Blondie, i Plasmatics arrivarono come una bomba a
mano senza spoletta. Il loro debutto, New Hope for the Wretched, non
prometteva redenzione né speranza, ma una catarsi distruttiva, una
dichiarazione di guerra al rock stesso.
Prodotto in
parte da Jimmy Miller (già
dietro Rolling Stones e Motörhead) e in parte da Ed Stasium, il disco è un ibrido straniante: un punk abrasivo che
si contamina di hard rock, teatralità proto-metal e un’estetica quasi
industriale.
Le chitarre di Richie Stotts e Wes Beech formano una coppia
devastante: taglienti, spigolose, spesso registrate con un senso di distorsione
grezza e volutamente imperfetta. Il basso di Jean Beauvoir fornisce un’anima funk-metal, mentre Stu Deutsch alterna batterie acustiche
e syndrums con un gusto per l’effetto alienante.
Il tutto
viene cementato dalla voce e presenza di
Wendy O. Williams, che urla,
ringhia e recita come un’eroina cyberpunk ante litteram. La sua voce non è
“cantata” nel senso convenzionale: è un atto performativo, un atto di
distruzione sonora. Sul vinile, la resa è sorprendentemente, dal suono corposo,
quasi “live”, che conserva il rumore come linguaggio.
Il disco inizia con “Tight Black
Pants” un
manifesto: un minuto e quaranta di rabbia e velocità, un biglietto da visita
sessuale e minaccioso. È la dichiarazione d’intenti della Williams: il corpo
come arma, la moda come guerra.
“Monkey Suit” e “Living Dead” seguono con un’ironia
nerissima: la prima attacca la conformità; la seconda sembra un cartoon punk su
zombie urbani.
“Test Tube Babies” è pura
satira distopica, mentre “Won’t You”
mostra una sorprendente struttura melodica sotto la scorza ruvida.
“Concrete Shoes”, firmata
Funuhara, rallenta il passo con un groove più hard rock e qui emerge la mano di Miller, capace di
portare una certa densità ritmica.
Il lato A si conclude con un brano live “Squirm” è un pugno registrato dal vivo,
dove la band mostra la sua vera dimensione: caos organizzato, urla,
amplificatori al collasso. È il cuore pulsante del lato A.
“Want You Baby” si gira il disco e
si riparte, ma
è con “Dream Lover” che accade
l’esperimento più radicale. La cover del classico di Bobby Darin è smontata,
desacralizzata, decomposta. I musicisti furono registrati separatamente, senza
sentirsi a vicenda: il risultato è un collage dissonante, quasi dadaista, un
gesto concettuale degno di un’installazione Fluxus.
“Sometimes I” e “Corruption” riportano il disco in
territorio punk-rock, ma con un senso di isteria e paranoia urbana.
Si chhiude con “Butcher Baby” l’inno definitivo dei Plasmatics: chitarre
seghettate, urla rituali, e la celebre immagine di Wendy che sega a metà una
chitarra con una motosega qui persino
citata nei credits come “chainsaw performer”. Il suono è un climax
apocalittico, il rumore come libertà.
La copertina, con Wendy O. Williams in
pose da guerriera post-atomica, completa il quadro: non è un album, è un
attacco performativo alla cultura del consumo, al sessismo e alla musica
commerciale.
All’epoca, New
Hope for the Wretched divise critica e pubblico. I puristi del punk lo
considerarono troppo teatrale; i rocker lo giudicarono eccessivo e volgare. Ma,
col senno di poi, è evidente che i Plasmatics anticiparono molto: la violenza
performativa del metal estremo, l’estetica industriale dei Ministry, il
femminismo guerriero di Lydia Lunch e persino la cultura shock di Marilyn
Manson.
New Hope for
the Wretched non è un
disco “piacevole”: è un’esperienza.
Su quel vinile si materializza una visione del mondo senza compromessi dove il rumore diventa linguaggio, la
distruzione diventa arte, e Wendy O. Williams diventa simbolo di una libertà
assoluta e autodistruttiva.
È un debutto che non solo sfida il punk, ma lo reinventa, lo travolge, lo
teatralizza.
Una nuova speranza per i maledetti,
come dice il titolo: non nel senso della redenzione, ma nella certezza che
anche dal caos può nascere qualcosa di vero.
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