C’è
un tipo di luce, calda e dorata, che sembra attraversare ogni disco inciso
negli studi di Rudy Van Gelder per l’etichetta CTI. È quella luce che vibra tra
il velluto del sax tenore di Stanley Turrentine e la fotografia satura di Pete
Turner che campeggia sulla copertina.
SUGAR
è figlio diretto di quel mondo estetico dove jazz, soul e sensualità cinematografica
si fondono, e dove ogni nota è sospesa in un’atmosfera di eleganza e desiderio.
Quando venne pubblicato, nel 1971, Sugar
non era solo un disco jazz: era una dichiarazione di stile. Creed Taylor, con la sua
visione produttiva, intendeva portare il jazz negli spazi più ampi del pubblico
colto ma non necessariamente purista. E Turrentine, già veterano del soul-jazz
Blue Note, era l’uomo perfetto per incarnare questa transizione: un suono
inconfondibile, caldo, virile ma dolce, e una naturale propensione a far
cantare ogni frase del suo sax.
Dietro
Turrentine, c’è un ensemble che oggi si definirebbe dream team:
Ron Carter al basso, con la sua precisione
elastica e il tocco inconfondibile. Billy Kaye alla
batteria, sobrio ma profondamente funk. Lonnie Liston Smith
all’electric piano, che tesse tappeti liquidi e cosmici. George Benson alla chitarra, con linee pulite e sensuali,
già proiettato verso la sua futura fama crossover. Freddie Hubbard, il più lirico e pirotecnico dei
trombettisti del periodo CTI, che duetta e sfida Turrentine con potenza e
grazia. Butch Cornell, all’organo Hammond,
autore anche del secondo brano, che aggiunge una grana gospel all’impasto
sonoro.
È un suono sontuoso ma non affollato,
dove ogni musicista respira. Sugar è una jam elegante,
una seduta tra amici di altissimo livello, più sensuale che intellettuale, ma
con un rigore armonico impeccabile.
Il
brano che dà il titolo all’album “Sugar” è una slow groove suite
ipnotica, con una linea di basso di Ron Carter che pulsa come un battito
cardiaco costante. Turrentine entra con un suono pieno, confidenziale, quasi
umano: il suo sax racconta, seduce, sospira.
Freddie Hubbard risponde con un solo che si libra alto, luminoso, prima che
George Benson porti la melodia in uno spazio più urbano e moderno. È jazz, ma
anche soul, anche notturno R&B: Sugar è una ballata
afroamericana senza tempo, sensuale e urbana come una strada bagnata dopo la
pioggia.
Scritta
da Butch Cornell, Sunshine Alley è più vivace, con un ritmo più
deciso e un groove quasi funky. Qui emerge l’anima più soul-jazz del gruppo,
con l’organo e l’electric piano che si intrecciano in un dialogo tra chiesa e
club. Turrentine mantiene la sua voce calda ma decisa, mentre la sezione
ritmica lascia spazio a piccole improvvisazioni libere. Il brano danza più che
camminare.
Affrontare
un classico di John Coltrane è una scelta coraggiosa: ma Turrentine lo fa con
rispetto e personalità.
Dove Coltrane cercava l’estasi spirituale, Turrentine cerca la sensualità
terrena. Il suo Impressions è meno trascendentale e più
corporeo: un modale che non punta al cielo ma all’anima, con l’ensemble che
costruisce onde di intensità controllata.
Freddie Hubbard, qui, è magnifico: la sua tromba brilla come un raggio nel
fumo, con assoli che oscillano tra furia e eleganza. Lonnie Liston Smith
aggiunge un tocco quasi cosmico con il Fender Rhodes, anticipando le derive
spiritual-funk degli anni a venire.
È un brano che riassume tutto il disco: lirismo, groove, consapevolezza e
bellezza.
Il
produttore Creed Taylor e
l’ingegnere Rudy Van
Gelder creano un ambiente sonoro in cui il jazz suona più
ampio, più “cinematografico”.
L’uso dello stereo è calibrato, quasi architettonico. Il suono del sax non è
mai ruvido, ma denso e levigato. Tutto è “hi-fi”, come voleva Taylor: non solo
jazz, ma esperienza
sensoriale.
È un’estetica che molti puristi allora giudicarono “troppo levigata”, ma che
oggi possiamo riconoscere come una forma di bellezza nuova, anticipatrice del jazz
contemporaneo.
SUGAR fu un successo di critica e di
pubblico, diventando in breve tempo uno dei dischi simbolo dell’etichetta CTI e uno dei
vertici artistici di Turrentine.
La title track divenne uno standard del soul-jazz, ripreso innumerevoli volte,
e segnò il punto di incontro tra il jazz modale e la sensualità groove-oriented
degli anni ’70.
È anche un disco-ponte: tra la spiritualità del post-bop e la leggerezza del
funk-jazz che stava arrivando.
SUGAR è un disco che non invecchia: scorre
lento e caldo come il titolo promette, avvolgendo l’ascoltatore in una notte
che sa di fumo, velluto e libertà.
Stanley Turrentine riesce qui nell’impresa più difficile per un jazzista: essere accessibile senza mai
banalizzarsi, lirico senza sentimentalismo, dolce senza perdere intensità.
È l’essenza stessa della musica CTI:
sofisticata ma viscerale, pensata e sensuale, spirituale e urbana insieme.
Un classico vero uno di quei dischi che
non solo si ascoltano, ma si vivono.
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