domenica 9 novembre 2025

Stanley Turrentine – Sugar (CTI Records – CTI 6005, Lp 1970)

C’è un tipo di luce, calda e dorata, che sembra attraversare ogni disco inciso negli studi di Rudy Van Gelder per l’etichetta CTI. È quella luce che vibra tra il velluto del sax tenore di Stanley Turrentine e la fotografia satura di Pete Turner che campeggia sulla copertina.
SUGAR è figlio diretto di quel mondo estetico dove jazz, soul e sensualità cinematografica si fondono, e dove ogni nota è sospesa in un’atmosfera di eleganza e desiderio.

Quando venne pubblicato, nel 1971, Sugar non era solo un disco jazz: era una dichiarazione di stile. Creed Taylor, con la sua visione produttiva, intendeva portare il jazz negli spazi più ampi del pubblico colto ma non necessariamente purista. E Turrentine, già veterano del soul-jazz Blue Note, era l’uomo perfetto per incarnare questa transizione: un suono inconfondibile, caldo, virile ma dolce, e una naturale propensione a far cantare ogni frase del suo sax.

Dietro Turrentine, c’è un ensemble che oggi si definirebbe dream team:

Ron Carter al basso, con la sua precisione elastica e il tocco inconfondibile. Billy Kaye alla batteria, sobrio ma profondamente funk. Lonnie Liston Smith all’electric piano, che tesse tappeti liquidi e cosmici. George Benson alla chitarra, con linee pulite e sensuali, già proiettato verso la sua futura fama crossover. Freddie Hubbard, il più lirico e pirotecnico dei trombettisti del periodo CTI, che duetta e sfida Turrentine con potenza e grazia. Butch Cornell, all’organo Hammond, autore anche del secondo brano, che aggiunge una grana gospel all’impasto sonoro.

È un suono sontuoso ma non affollato, dove ogni musicista respira. Sugar è una jam elegante, una seduta tra amici di altissimo livello, più sensuale che intellettuale, ma con un rigore armonico impeccabile.

Il brano che dà il titolo all’album “Sugar” è una slow groove suite ipnotica, con una linea di basso di Ron Carter che pulsa come un battito cardiaco costante. Turrentine entra con un suono pieno, confidenziale, quasi umano: il suo sax racconta, seduce, sospira.
Freddie Hubbard risponde con un solo che si libra alto, luminoso, prima che George Benson porti la melodia in uno spazio più urbano e moderno. È jazz, ma anche soul, anche notturno R&B: Sugar è una ballata afroamericana senza tempo, sensuale e urbana come una strada bagnata dopo la pioggia.

Scritta da Butch Cornell, Sunshine Alley è più vivace, con un ritmo più deciso e un groove quasi funky. Qui emerge l’anima più soul-jazz del gruppo, con l’organo e l’electric piano che si intrecciano in un dialogo tra chiesa e club. Turrentine mantiene la sua voce calda ma decisa, mentre la sezione ritmica lascia spazio a piccole improvvisazioni libere. Il brano danza più che camminare.

Affrontare un classico di John Coltrane è una scelta coraggiosa: ma Turrentine lo fa con rispetto e personalità.
Dove Coltrane cercava l’estasi spirituale, Turrentine cerca la sensualità terrena. Il suo Impressions è meno trascendentale e più corporeo: un modale che non punta al cielo ma all’anima, con l’ensemble che costruisce onde di intensità controllata.
Freddie Hubbard, qui, è magnifico: la sua tromba brilla come un raggio nel fumo, con assoli che oscillano tra furia e eleganza. Lonnie Liston Smith aggiunge un tocco quasi cosmico con il Fender Rhodes, anticipando le derive spiritual-funk degli anni a venire.
È un brano che riassume tutto il disco: lirismo, groove, consapevolezza e bellezza.

Il produttore Creed Taylor e l’ingegnere Rudy Van Gelder creano un ambiente sonoro in cui il jazz suona più ampio, più “cinematografico”.
L’uso dello stereo è calibrato, quasi architettonico. Il suono del sax non è mai ruvido, ma denso e levigato. Tutto è “hi-fi”, come voleva Taylor: non solo jazz, ma esperienza sensoriale.
È un’estetica che molti puristi allora giudicarono “troppo levigata”, ma che oggi possiamo riconoscere come una forma di bellezza nuova, anticipatrice del jazz contemporaneo.

SUGAR fu un successo di critica e di pubblico, diventando in breve tempo uno dei dischi simbolo dell’etichetta CTI e uno dei vertici artistici di Turrentine.
La title track divenne uno standard del soul-jazz, ripreso innumerevoli volte, e segnò il punto di incontro tra il jazz modale e la sensualità groove-oriented degli anni ’70.
È anche un disco-ponte: tra la spiritualità del post-bop e la leggerezza del funk-jazz che stava arrivando.

SUGAR è un disco che non invecchia: scorre lento e caldo come il titolo promette, avvolgendo l’ascoltatore in una notte che sa di fumo, velluto e libertà.
Stanley Turrentine riesce qui nell’impresa più difficile per un jazzista: essere accessibile senza mai banalizzarsi, lirico senza sentimentalismo, dolce senza perdere intensità.

È l’essenza stessa della musica CTI: sofisticata ma viscerale, pensata e sensuale, spirituale e urbana insieme.
Un classico vero  uno di quei dischi che non solo si ascoltano, ma si vivono.

 

Nessun commento:

Posta un commento