venerdì 21 novembre 2025

La Bottega delle Verità – Umanità / A Modo Suo (Rifi ‎– RFN-NP 16710, 7”, 1977)

C’è un momento, ascoltando questo singolo del 1977, in cui sembra di intravedere una porta socchiusa: dietro, il mondo del prog italiano sta già sbiadendo, si sente l’odore dell’imminente stagione disco, eppure qualcuno insiste a cercare una verità più profonda, quasi ascetica. La Bottega delle Verità, nome che già promette confessioni e misteri, incide per la Rifi un 45 giri anomalo, sospeso tra aspirazioni “alte” e un formato inevitabilmente breve.

La traccia d’apertura “Umanità” dal titolo suggerisce un orizzonte più ampio, e il brano mantiene la promessa. “Umanità” si apre con un tono diretto: un ritmo più marcato, un impianto melodico che vuole essere accorato, quasi un grido trattenuto.
Qui il lavoro di arrangiamento si fa coraggioso: le armonie corali, sempre affidate agli I Verona Folk, sembrano evocare una dimensione rituale, un invito a guardarsi allo specchio come collettività.

La canzone ha l’intensità tipica del prog tardivo, quello che nel 1977 non ha più le derive psichedeliche o le esplosioni strumentali dei primi anni ’70, ma conserva un’urgenza espressiva. È un prog ripulito, distillato, quasi spiritualizzato.

L’effetto è quello di una preghiera laica: l’umanità del titolo non è un’entità astratta, ma un corpo ferito che il brano tenta di ricucire con melodie calde, quasi consolatorie, pur senza rinunciare a un sottofondo di inquietudine.

Il lato B  “A modo suo” è un piccolo manifesto di come il progressive, in Italia, abbia saputo sopravvivere anche quando il pubblico cercava altro. Il brano parte con un’introduzione morbida ma tesa, come se qualcuno stesse trattenendo il fiato prima di dire qualcosa di scomodo.
Le orchestrazioni curate da Enrico Intra non sono mai invadenti: piuttosto creano un fondale cinematografico, un chiaroscuro che lascia emergere la voce e i cori come fossero strumenti aggiuntivi.

“A modo suo” sembra raccontare l’individuo che tenta di trovare un percorso personale in un mondo che lo vuole già deciso, già impacchettato. La voce porta il testo con una certa dolcezza, ma c’è sempre un’ombra sotto, come una crepa che il suono non riesce a coprire. Quando entra il Coro I Verona Folk, la canzone cambia dimensione: l’individuo si scontra con la collettività, il privato si allarga al sociale. È un dialogo implicito, quasi teatrale.

Dal punto di vista musicale, il pezzo resta sospeso tra ballata pop raffinata e un abbozzo di suite progressive ridotta all’osso, compressa in quattro minuti scarsi. È come guardare una cattedrale in miniatura: non è imponente, ma si intravede l’ambizione.

Registrato ai Rifi Record Studios e prodotto da Int e Rig, il singolo porta con sé quel gusto di artigianato musicale che ha caratterizzato tante produzioni italiane degli anni ’70.
Il contributo di Intra negli arrangiamenti è fondamentale: tiene insieme la dimensione cantautorale e quella più sperimentale, senza soffocare nessuna delle due.

I testi firmati da A. Lo Vecchio e P. Tosi si muovono tra intimità e impegno, facendo trapelare un piccolo spaccato dell’Italia di fine anni ’70: un paese diviso, ansioso, che però trova ancora nella musica un luogo di confronto e di confessione.

Umanità non è un disco epocale, né vuole esserlo. È piuttosto un oggetto prezioso nella sua modestia: un singolo che sembra uscire da un tempo di transizione, dove tutto stava cambiando ma qualcuno continuava a cercare risposte attraverso orchestrazioni raffinate, corali popolari e testi esistenziali.

La forza del disco sta nella sua sincerità: non rincorre mode, non ammicca. È un piccolo tassello di quell’universo più vasto che è stato il prog italiano minore, fatto di luci e ombre, di idee grandi raccontate in spazi piccoli.

Ed è proprio questa sua fragilità, o meglio, questa sua artigianalità a renderlo affascinante.
È un documento di un’epoca e, insieme, un breve viaggio emotivo che, ancora oggi, conserva un suo intatto pudore poetico.

 

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