C’è un momento, ascoltando questo singolo del 1977, in
cui sembra di intravedere una porta socchiusa: dietro, il mondo del prog
italiano sta già sbiadendo, si sente l’odore dell’imminente stagione disco,
eppure qualcuno insiste a cercare una verità più profonda, quasi ascetica. La Bottega delle Verità, nome che già
promette confessioni e misteri, incide per la Rifi un 45 giri anomalo, sospeso
tra aspirazioni “alte” e un formato inevitabilmente breve.
La traccia d’apertura “Umanità” dal titolo suggerisce un orizzonte più ampio, e il brano
mantiene la promessa. “Umanità” si apre con un tono diretto: un ritmo più
marcato, un impianto melodico che vuole essere accorato, quasi un grido
trattenuto.
Qui il lavoro di arrangiamento si fa coraggioso: le armonie corali, sempre
affidate agli I Verona Folk,
sembrano evocare una dimensione rituale, un invito a guardarsi allo specchio
come collettività.
La canzone ha l’intensità tipica del prog tardivo,
quello che nel 1977 non ha più le derive psichedeliche o le esplosioni
strumentali dei primi anni ’70, ma conserva un’urgenza espressiva. È un prog
ripulito, distillato, quasi spiritualizzato.
L’effetto è quello di una preghiera laica: l’umanità
del titolo non è un’entità astratta, ma un corpo ferito che il brano tenta di
ricucire con melodie calde, quasi consolatorie, pur senza rinunciare a un
sottofondo di inquietudine.
Il lato B “A modo suo” è un piccolo manifesto di
come il progressive, in Italia, abbia saputo sopravvivere anche quando il
pubblico cercava altro. Il brano parte con un’introduzione morbida ma tesa,
come se qualcuno stesse trattenendo il fiato prima di dire qualcosa di scomodo.
Le orchestrazioni curate da Enrico
Intra non sono mai invadenti: piuttosto creano un fondale
cinematografico, un chiaroscuro che lascia emergere la voce e i cori come
fossero strumenti aggiuntivi.
“A modo suo” sembra raccontare l’individuo che tenta
di trovare un percorso personale in un mondo che lo vuole già deciso, già
impacchettato. La voce porta il testo con una certa dolcezza, ma c’è sempre
un’ombra sotto, come una crepa che il suono non riesce a coprire. Quando entra
il Coro I Verona Folk, la
canzone cambia dimensione: l’individuo si scontra con la collettività, il
privato si allarga al sociale. È un dialogo implicito, quasi teatrale.
Dal punto di vista musicale, il pezzo resta sospeso
tra ballata pop raffinata e un abbozzo di suite progressive ridotta all’osso,
compressa in quattro minuti scarsi. È come guardare una cattedrale in
miniatura: non è imponente, ma si intravede l’ambizione.
Registrato ai Rifi
Record Studios e prodotto da Int e Rig, il singolo porta
con sé quel gusto di artigianato musicale che ha caratterizzato tante
produzioni italiane degli anni ’70.
Il contributo di Intra negli arrangiamenti è fondamentale: tiene insieme la
dimensione cantautorale e quella più sperimentale, senza soffocare nessuna
delle due.
I testi firmati da A. Lo Vecchio e P. Tosi si muovono tra intimità e impegno, facendo
trapelare un piccolo spaccato dell’Italia di fine anni ’70: un paese diviso,
ansioso, che però trova ancora nella musica un luogo di confronto e di
confessione.
Umanità non è un disco epocale, né vuole esserlo. È
piuttosto un oggetto prezioso nella sua modestia: un singolo che sembra uscire
da un tempo di transizione, dove tutto stava cambiando ma qualcuno continuava a
cercare risposte attraverso orchestrazioni raffinate, corali popolari e testi
esistenziali.
La forza del disco sta nella sua sincerità: non rincorre mode, non
ammicca. È un piccolo tassello di quell’universo più vasto che è stato il prog italiano minore, fatto di luci e
ombre, di idee grandi raccontate in spazi piccoli.
Ed è proprio questa sua fragilità, o meglio, questa
sua artigianalità a renderlo affascinante.
È un documento di un’epoca e, insieme, un breve viaggio emotivo che, ancora
oggi, conserva un suo intatto pudore poetico.
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