venerdì 7 novembre 2025

Charles Earland – Kharma (Prestige Records – P-10095, Lp, 1975)

All’alba degli anni Settanta, Charles Earland era già noto come “The Mighty Burner”  un soprannome conquistato per la sua potenza all’organo Hammond e per il groove travolgente dei suoi lavori per Prestige e Columbia. Ma Kharma segna qualcosa di diverso: un passo verso una dimensione più ampia, spirituale, cosmica.

Il titolo stesso  Kharma suggerisce una presa di coscienza mistica e politica insieme: la consapevolezza delle conseguenze, del ritorno delle azioni, in un momento in cui il jazz nero americano cerca riscatto, unità e spiritualità. È il 1974: l’eco del soul jazz si fonde con il funk elettrico e la ricerca interiore del post-Coltrane.

Registrato dal vivo al Montreux Jazz Festival, Kharma cattura il suono dell’urgenza, l’energia di una band che vibra all’unisono, tra improvvisazione e invocazione.

L’apertura, “Joe Brown”, è una dichiarazione d’intenti. Un groove largo e vischioso, costruito sull’organo ipnotico di Earland e sul dialogo tra i fiati di Dave Hubbard e Jon Faddis. Il ritmo pulsa come un rituale funk, ma nel cuore c’è qualcosa di più profondo: l’organo non è semplice accompagnamento, è voce, grido, sermone. Earland suona come un predicatore elettrico.
Le frasi di sax e tromba si intrecciano in un call and response che richiama la tradizione gospel, ma filtrata dal linguaggio urbano del jazz-funk.

“Morgan”, lunga oltre tredici minuti, è il cuore espanso del disco. È un viaggio orchestrale, un’esperienza trance. Earland alterna organo, piano elettrico e sintetizzatore con una fluidità che preannuncia la fusione jazz-elettronica che esploderà pochi anni dopo con Hancock e Sanders.
Il tema è ciclico, ma mai statico: il groove evolve lentamente, i fiati costruiscono tensione, la chitarra di Aurell Ray ricama pattern blues-funk, mentre la batteria di George Johnson spinge come una locomotiva spirituale.

Il lato B si apre con una delle pagine più potenti e commosse del jazz politico degli anni Settanta: “Suite for Martin Luther King”, divisa in due parti, Offering e Mode for Martin.
Non è una semplice dedica, ma una cerimonia sonora.
Nella prima parte, “Offering”, Earland costruisce un’atmosfera solenne e meditativa. L’organo si apre come un canto liturgico, quasi ecclesiastico, poi si evolve in una marcia spirituale, sostenuta da un flauto sospeso e dal dialogo caldo dei fiati.
È musica che non parla solo a King, ma al sogno tradito e sempre da ricostruire del movimento afroamericano.

La seconda parte, “Mode for Martin”, introduce il basso elettrico di Ron Carter, che aggiunge profondità e mistero. Qui Earland fonde jazz modale e groove soul, in una lunga improvvisazione collettiva. Il tono è dolente ma anche affermativo: una preghiera che diventa danza, una riflessione che si fa lotta.

Il brano finale, “Kharma”, è il sigillo spirituale dell’opera. Cinque minuti di funk cosmico e visione: sintetizzatori e organo dialogano come due forze opposte terreno e celeste  in un equilibrio perfetto. È la filosofia di Earland in forma sonora: ogni azione, ogni nota, ogni battito ha un ritorno. Tutto vibra in connessione.

Kharma è un disco ponte tra epoche.
Da un lato, conserva il linguaggio del soul-jazz degli anni Sessanta  l’organo Hammond come strumento di comunità, il ritmo danzante, l’energia immediata.
Dall’altro, apre alle visioni elettriche e spirituali del jazz dei Settanta, con l’uso dei sintetizzatori e delle strutture aperte.
Earland riesce a conciliare groove e trascendenza: la sua è una musica del corpo e dello spirito, dove il funk è una preghiera e il blues una filosofia.

Rispetto ai contemporanei come Herbie Hancock (Head Hunters) o Lonnie Liston Smith (Expansions), Earland mantiene un legame più diretto con la tradizione soul e gospel. Ma in Kharma la sua voce emerge chiara: non cerca l’astrazione cosmica, bensì la connessione umana e spirituale. È jazz come redenzione collettiva.

All’uscita nel 1975, Kharma non ricevette la stessa attenzione di altri album jazz-funk del periodo. Ma con il tempo è diventato un cult per musicisti e DJ: campionato, riscoperto, amato per il suo equilibrio tra forza e spiritualità.
È anche un documento storico una testimonianza della scena afroamericana che cercava di rielaborare le ferite del decennio precedente attraverso la musica come atto di guarigione.

Oggi, Kharma suona ancora attuale: è jazz che respira come soul, funk che medita come gospel. È una cerimonia collettiva, registrata davanti a un pubblico vivo, ma destinata a chiunque cerchi luce nel ritmo.

 

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