All’alba degli anni Settanta, Charles Earland era già
noto come “The Mighty Burner” un
soprannome conquistato per la sua potenza all’organo Hammond e per il groove
travolgente dei suoi lavori per Prestige e Columbia. Ma Kharma segna
qualcosa di diverso: un passo verso una dimensione più ampia, spirituale,
cosmica.
Il titolo stesso Kharma suggerisce una presa di
coscienza mistica e politica insieme: la consapevolezza delle conseguenze, del
ritorno delle azioni, in un momento in cui il jazz nero americano cerca
riscatto, unità e spiritualità. È il 1974: l’eco del soul jazz si fonde con il
funk elettrico e la ricerca interiore del post-Coltrane.
Registrato dal vivo al Montreux Jazz Festival, Kharma
cattura il suono dell’urgenza, l’energia di una band che vibra all’unisono, tra
improvvisazione e invocazione.
L’apertura, “Joe Brown”, è una dichiarazione
d’intenti. Un groove largo e vischioso, costruito sull’organo ipnotico di
Earland e sul dialogo tra i fiati di Dave Hubbard e Jon Faddis. Il ritmo pulsa
come un rituale funk, ma nel cuore c’è qualcosa di più profondo: l’organo non è
semplice accompagnamento, è voce, grido, sermone. Earland suona come un
predicatore elettrico.
Le frasi di sax e tromba si intrecciano in un call and response che richiama la
tradizione gospel, ma filtrata dal linguaggio urbano del jazz-funk.
“Morgan”, lunga oltre tredici minuti, è il cuore espanso del
disco. È un viaggio orchestrale, un’esperienza trance. Earland alterna organo,
piano elettrico e sintetizzatore con una fluidità che preannuncia la fusione
jazz-elettronica che esploderà pochi anni dopo con Hancock e Sanders.
Il tema è ciclico, ma mai statico: il groove evolve lentamente, i fiati
costruiscono tensione, la chitarra di Aurell Ray ricama pattern blues-funk,
mentre la batteria di George Johnson spinge come una locomotiva spirituale.
Il lato B si apre con una delle pagine più potenti e
commosse del jazz politico degli anni Settanta: “Suite for Martin Luther
King”, divisa in due parti, Offering e Mode for Martin.
Non è una semplice dedica, ma una cerimonia sonora.
Nella prima parte, “Offering”, Earland costruisce un’atmosfera solenne e
meditativa. L’organo si apre come un canto liturgico, quasi ecclesiastico, poi
si evolve in una marcia spirituale, sostenuta da un flauto sospeso e dal
dialogo caldo dei fiati.
È musica che non parla solo a King, ma al sogno tradito e sempre da ricostruire
del movimento afroamericano.
La seconda parte, “Mode for Martin”, introduce
il basso elettrico di Ron Carter, che aggiunge profondità e mistero. Qui
Earland fonde jazz modale e groove soul, in una lunga improvvisazione
collettiva. Il tono è dolente ma anche affermativo: una preghiera che diventa
danza, una riflessione che si fa lotta.
Il brano finale, “Kharma”, è il sigillo
spirituale dell’opera. Cinque minuti di funk cosmico e visione: sintetizzatori
e organo dialogano come due forze opposte terreno e celeste in un equilibrio perfetto. È la filosofia di
Earland in forma sonora: ogni azione, ogni nota, ogni battito ha un ritorno.
Tutto vibra in connessione.
Kharma è un disco ponte tra epoche.
Da un lato, conserva il linguaggio del soul-jazz degli anni Sessanta l’organo Hammond come strumento di comunità,
il ritmo danzante, l’energia immediata.
Dall’altro, apre alle visioni elettriche e spirituali del jazz dei Settanta,
con l’uso dei sintetizzatori e delle strutture aperte.
Earland riesce a conciliare groove e trascendenza: la sua è una musica del
corpo e dello spirito, dove il funk è una preghiera e il blues una
filosofia.
Rispetto ai contemporanei come Herbie Hancock (Head
Hunters) o Lonnie Liston Smith (Expansions), Earland mantiene un
legame più diretto con la tradizione soul e gospel. Ma in Kharma la sua
voce emerge chiara: non cerca l’astrazione cosmica, bensì la connessione
umana e spirituale. È jazz come redenzione collettiva.
All’uscita nel 1975, Kharma non ricevette la
stessa attenzione di altri album jazz-funk del periodo. Ma con il tempo è
diventato un cult per musicisti e DJ: campionato, riscoperto, amato per il suo
equilibrio tra forza e spiritualità.
È anche un documento storico una testimonianza della scena afroamericana che
cercava di rielaborare le ferite del decennio precedente attraverso la musica
come atto di guarigione.
Oggi, Kharma suona ancora attuale: è jazz che
respira come soul, funk che medita come gospel. È una cerimonia collettiva,
registrata davanti a un pubblico vivo, ma destinata a chiunque cerchi luce nel
ritmo.
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