“Made in Blu”
si presenta come una compilation che sembra voler raccontare la nostalgia di un decennio di transizione:
un’Italia ancora intrisa di romanticismo melodico, ma che guarda con curiosità
ai suoni sintetici e all’estetica pop elettronica europea.
Già dal titolo “Made in Blu” si percepisce un desiderio di
sofisticazione, un tono elegante e vagamente malinconico: il “blu” come colore
emotivo e sonoro, un’atmosfera di introspezione e di dolce artificio.
Il disco, nel suo insieme, non è un prodotto commerciale da classifica, ma una piccola antologia di voci e sogni sintetici,
sospesa tra dilettantismo ispirato e ricerca sonora.
La produzione King’Steve Records, con sede a Roma, suggerisce un progetto ambizioso, forse
più internazionale di quanto le risorse effettive permettessero.
Il disco si apre con “Se Sapessi Volare” un brano emblematico. Giulio Candiolo canta con un tono quasi ingenuo, ma sincero: la
melodia è lineare, sorretta da sintetizzatori
morbidi e una batteria elettronica semplice ma efficace. Il testo il
sogno del volo come metafora di libertà suona come un manifesto generazionale.
È un’apertura “azzurra” nel senso cromatico e psicologico: pulita, malinconica,
desiderosa di leggerezza.
“Querer” di Iramar & Bagana segna un cambio di atmosfera:
l’influenza latino-elettronica si fa sentire, con una linea vocale sensuale e
un arrangiamento sintetico che flirta con la dance-pop di quegli anni. È un
episodio curioso, ibrido, tra il
romanticismo mediterraneo e il calore brasiliano filtrato dall’elettronica
europea.
“Sogno” sei Photo è un brano tra i più evocativi: minimal, quasi cinematico. Vive
di un refrain ossessivo e di tastiere
riverberate, con una voce femminile che appare distante, eterea. È forse
il pezzo più new wave del disco, vicino ai territori di Matia Bazar
post-Tango o dei Krisma.
“Lady Biancaneve” è un piccolo gioiello kitsch-pop. Patty Bianco gioca con
un immaginario fiabesco e sensuale, in cui la Biancaneve è una donna adulta e
disillusa. L’arrangiamento, firmato da Luigi Montagna e soci, alterna tastiere
“cristalline” e un basso synth sincopato.
È un brano teatralmente italiano,
con un’ironia leggera ma consapevole.
Alan Hyde con il suo “Sunset On The Road” apre a
un respiro internazionale. Cantato in inglese, con un groove rilassato e una
chitarra riverberata, Hyde propone una ballata
synth-pop da tramonto autostradale, che potrebbe ricordare gli Yazoo o i
primi Spandau Ballet in versione solitaria.
“Ipocrisia” di Franco Monaco è più drammatico e introspettivo,
costruito su un giro armonico minoritario e un testo fortemente sociale.
“Ipocrisia” punta il dito contro la falsità dei rapporti e l’apparenza del
mondo moderno: una denuncia vestita di
sintetizzatori.
“18 Dicembre” di Tommy chiude il lato A. Un pezzo dal sapore cantautorale ma
con veste elettronica, è un ricordo, una
data simbolica, forse d’amore o di perdita. Il risultato è dolce e malinconico, con un ritornello
che resta in testa come una vecchia cartolina ingiallita.
Iniziamo il lato B con Luciana Turina, già nome noto
dello spettacolo, che offre il momento più teatrale dell’album. “Pazza” è una dichiarazione di libertà femminile e
artistica, cantata con energia e ironia, tra pop cabarettistico e
arrangiamenti sintetici che cercano di contenere la sua voce esuberante.
“E Poi” di Paolo Reitano è un mid-tempo delicato, dove il synth accompagna un
canto quasi parlato. È uno di quei brani che evocano la transizione dal pop anni ’70 al suono moderno, con malinconia e
misura. Buona prova vocale.
“Camminando Respirando” Il titolo già dice tutto: un inno
alla semplicità della vita, con un arrangiamento che unisce batterie elettroniche e fiati sintetici.
Maurizio Alfieri ci presenta un’atmosfera quasi spirituale, tra
retorica e sincerità.
Con “Mandy” Palesto ci offre una ballata synth-pop , asciutta,
quasi fredda, ma intensa. non priva di grazia.
“Every Day” Simon è un altro brano dal respiro
internazionale
cantato in un inglese impeccabile, produzione pulita, echi di Howard Jones e
Nik Kershaw. La struttura è tipica del pop radiofonico da metà anni ’80, e
mostra il potenziale internazionale del
progetto King’Steve.
“Caro Amico” di Tullio è un episodio intimo e nostalgico,
dominato dalla voce e da un tappeto elettronico minimale. Ssembra un epilogo
amaro, un messaggio lasciato in segreteria a un tempo che non tornerà più.
Il disco si chiude con “Una Vita Tutta Uguale” di Lory
Serpietri brano con un tono
introspettivo: una riflessione femminile
sull’abitudine e la stanchezza, sorretta da un arrangiamento delicato ma
inquieto. È un finale poetico e sospeso, coerente con il titolo della
compilation.
“Made in Blu”
non è un disco perfetto, ma è un
documento prezioso.
Raccoglie voci, stili e sogni di un’Italia musicale che provava a essere
moderna senza perdere la sua identità melodica.
Le produzioni di Luigi Montagna,
Massimo Berni e Pino Flamini danno coerenza al tutto: suoni sintetici ma
umani, arrangiamenti essenziali, un senso di “pop elettronico d’autore”.
La grafica firmata da Maestro Aurelio Scifoni (“Verso la Luce”) contribuisce a
quell’aura artigianale e spirituale, come se il disco cercasse davvero una luce
dentro il blu.
È una compilation che oggi possiamo leggere come una capsula del tempo: un punto d’incontro tra sperimentazione indipendente e canzone popolare, tra ingenuità e visione.
Nessun commento:
Posta un commento