Il 1980 a Napoli è un anno che pesa sul cuore. Il
terremoto dell’Irpinia scuote non solo la terra ma anche l’identità collettiva;
la crisi economica morde, la disoccupazione sale, e nei vicoli si sente un
misto di fatalismo, ironia e ostinata sopravvivenza. È proprio in questo clima
sospeso tra tragedia e quotidianità che prende forma Comme Se Po’ Campa’,
un piccolo 45 giri che oggi ha l’aura di un reperto, una testimonianza sonora
di un’epoca tesa e viva.
Di Enzo Margherita non si conosce un grande corpus
discografico, e la sua figura appartiene a quella schiera di interpreti
napoletani che, pur senza toccare il grande successo nazionale, hanno custodito
con fierezza una tradizione di canto popolare urbano. Margherita è un cantante artigiano, parte di quel
sottobosco di artisti che animavano feste di piazza, radio locali, sale da
ballo e piccole etichette indipendenti.
La sua voce ha una punta ruvida, un accento senza affettazioni, la naturalezza
di chi canta “come parla”, con un’onestà che oggi appare quasi disarmante.
Il brano che dà titolo al disco “Comme Se Po’ Campa’”
è la fotografia di un malessere sociale filtrato attraverso l’umorismo
napoletano, quell’arte di sdrammatizzare che diventa arma e difesa. La domanda
del titolo – Come si può campare? – non è retorica, è un sospiro
collettivo.
L’arrangiamento è tipico della produzione locale di
fine anni ’70 e inizio ’80: sezione ritmica leggera, quasi danzante, chitarre
acustiche che ricamano arpeggi mediterranei, fiati essenziali che rendono il
brano popolare ma non folkloristico, un uso moderato delle tastiere, in linea
con la transizione sonora del periodo.
Margherita canta con un tono a metà fra il lamento e
la risata, come chi conosce bene le difficoltà ma non ha intenzione di farsi
spegnere. Il testo alterna piccole scene di vita quotidiana – spese che
aumentano, lavori che non arrivano, speranze che si sfilacciano – a battute che
strappano un sorriso amaro.
C’è un sapore di post-sceneggiata,
dove il dramma si mischia al gesto teatrale e il pubblico si riconosce nella
caricatura di sé stesso.
Se il lato A pone la domanda, il lato B offre una
risposta sarcastica. “Disoccupato ’E Luss”o gioca con l’ossimoro: essere
disoccupati, ma “di lusso”, quasi con orgoglio. È un capovolgimento tipicamente
napoletano, un modo per ribaltare il senso della sconfitta.
Musicalmente, il brano è più vivace del lato A: ritmo
più marcato, qualche eco di ballabile da festa di quartiere, una linea melodica
immediata. La scelta di chiudere il 45 giri con un pezzo così ironico
suggerisce la volontà di raccontare la disoccupazione non solo come piaga, ma
come condizione strutturale che la gente impara a gestire con ironia e
inventiva.
Il personaggio che canta Margherita è quasi un
anti-eroe urbano: elegante senza soldi, fiero nella precarietà, un po’ guappo e
un po’ vittima del destino. È il ritratto di una Napoli che si arrangia, che
sopravvive e rilancia anche quando non ha nulla.
All’inizio degli anni ’80, Napoli vive una fase di
transizione musicale: la canzone
napoletana classica sopravvive nei teatri e nelle famiglie, ma non
domina più; la nuova musica napoletana
(futura “Neapolitan Power”) comincia a emergere con Pino Daniele, James Senese,
Tullio De Piscopo; esiste tutto un mercato
discografico minore 45 giri,
etichette indipendenti, incisioni rapide per il mercato locale che produce centinaia di brani ora rari e
quasi scomparsi.
Comme Se Po’ Campa’ appartiene a quest’ultimo filone: musica popolare
urbana, destinata più alle radio locali che ai circuiti nazionali. Ed è proprio
questo suo essere “minore” a renderlo oggi prezioso: è uno spaccato autentico
della vita reale, lontano dalle produzioni più note e patinate.
Il disco non è un capolavoro innovativo, non
rivoluziona la canzone napoletana né la aggiorna. Ma ha un valore documentale e umano forte: racconta una Napoli
proletaria, fatta di precarietà e orgoglio; conserva un modo di cantare
diretto, spontaneo, con poca mediazione produttiva; unisce malinconia e ironia,
due dimensioni intimamente napoletane; è un esempio della vitalità sotterranea
della scena musicale locale.
Musicalmente è semplice, talvolta ingenuo, ma non
privo di fascino: è sincero, onesto, senza artifici. La qualità della
registrazione e degli arrangiamenti è quella tipica delle piccole etichette
dell’epoca, ma la voce di Margherita, pur senza virtuosismi, ha una dignità
narrativa che emerge.
Comme Se Po’ Campa’ è un 45 giri che si ascolta come si leggerebbe una
cartolina ingiallita: un frammento di vita, un sorriso stanco, un grido
trattenuto. È Napoli vista dal basso, senza retorica né abbellimenti.
Enzo Margherita offre due brani che non ambiscono al
mito, ma alla verità quotidiana. E paradossalmente, proprio per questo, restano
impressi: come una domanda che riecheggia nel tempo, e che forse ancora oggi
molti si fanno.
Comme se po’ campa’?
Forse così: cantando.
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