venerdì 7 novembre 2025

The Grandells – The Grandells (Durium – D.30-237 Marche Estere, Lp, 1975)

Nel 1975 il mondo musicale è in fermento: il rock psichedelico ha lasciato il posto al funk e alla disco, il soul diventa universale e l’Europa vive una stagione di contaminazioni sorprendenti.
In questo scenario emergono The Grandells, band filippina nata nel circuito asiatico dei club e poi trapiantata in Europa  parte di quella generazione di musicisti che, spinti dalla passione per la musica afroamericana, portano groove, armonia vocale e mestiere nei locali di Hong Kong, Tokyo, Roma e Milano.

Quando firmano con Durium, etichetta italiana attenta alle sonorità internazionali, The Grandells hanno già un suono maturo, costruito su anni di esibizioni live. Il disco The Grandells è dunque il punto d’incontro tra due mondi: la professionalità da “showband” filippina e la libertà sonora del pop-funk europeo degli anni Settanta.
È un album “meticcio”, luminoso, sincero, e forse proprio per questo unico.

L’apertura con “Mister Penguin” è una dichiarazione di energia: groove funk serrato, chitarre taglienti, cori a più voci e un basso pulsante che riporta ai War e agli Average White Band. La sezione ritmica è precisa ma vibrante, e la voce di Chito Sibayan si muove tra l’urgenza soul e la teatralità pop, evocando Curtis Mayfield e Tom Jones in egual misura.

“Ben”, dolce ballata soul, mostra la loro anima romantica e la sensibilità melodica tipica delle band filippine dell’epoca: armonie vocali cesellate, arrangiamenti curati, interpretazione calda e malinconica.
“Vaya Con Dios” e “Long, Long Gone” fondono elementi di folk e latin-soul, mentre “My Little Gal” e “For You Baby” richiamano il sound californiano, tra Eagles e Doobie Brothers, ma con un tocco più emotivo, quasi da serenata urbana.

Sul lato B, la band esplode: “The Cisco Kid” (cover del celebre brano dei War) è una scarica di groove perfettamente eseguita, ma anche reinterpretata con personalità. I Grandells la fanno loro, la trasformano in una celebrazione collettiva di ritmo e libertà.
“I Woke Up in Love This Morning” e “Two Divided by Love” portano nel disco il pop-soul di matrice americana, ma con una freschezza diversa: è come se la band suonasse sempre con un sorriso nascosto dietro la fatica.

“Animal Love” è un piccolo capolavoro di acid-funk mediterraneo: wah-wah, synth, e una chitarra che cita Santana, George Benson e il primo David T. Walker.
La chiusura, “Summer Band”, è un dolce commiato: una canzone che profuma d’estate, di nostalgia, e di palchi improvvisati al tramonto.

The Grandells è un disco che non appartiene a una sola geografia. È Asia che incontra l’Europa, l’Italia che abbraccia l’America nera, e tutto si fonde in un linguaggio universale: il ritmo, il canto, il soul.
A differenza di molti gruppi  del periodo, The Grandells non imitano  traducono. Si sente l’esperienza da band da palco: ogni brano è pensato per essere suonato, vissuto, condiviso.

Il loro è un funk con disciplina, ma anche con calore.
Le voci, spesso intrecciate, rimandano alla tradizione corale filippina; gli arrangiamenti, curati e puliti, riflettono l’approccio da studio Durium; ma al centro rimane sempre l’energia del live, quella capacità di trasformare un brano soul in un piccolo rito collettivo.

Criticamente, The Grandells è interessante perché mostra un altro volto della globalizzazione musicale pre-digitale: un tempo in cui le culture si mescolavano non per algoritmo, ma per viaggi, incontri, tour, serate nei club.

Ascoltare The Grandells è come entrare in un locale del ’75, tra Roma e Manila, dove il pavimento vibra sotto i bassi e i fiati scaldano l’aria.
Chito Sibayan sorride, muove il microfono, e attacca “Mister Penguin”. I fiati rispondono. Le luci sono basse, i coristi si guardano.
Un gruppo di ragazzi italiani e americani balla senza sapere che sta assistendo a un piccolo frammento di storia: il suono di una band filippina che sta insegnando all’Europa come si suona il soul.
C’è ironia, c’è passione, c’è mestiere  ma soprattutto c’è umanità: quella che attraversa le frontiere con una chitarra in mano e un cuore pieno di groove.

Oggi The Grandells è un album dimenticato, ma è proprio il tipo di perla che i collezionisti di rare groove e i DJ funk amano riscoprire.
Racchiude un mondo: la diaspora musicale asiatica, la scena italiana di metà anni ’70, e l’influenza della musica black come lingua globale.
In un’epoca di identità musicali liquide, The Grandells suona profetico: un album globale prima che la parola esistesse.

 

Nessun commento:

Posta un commento