Nel
1975 il mondo musicale è in fermento: il rock psichedelico ha lasciato il posto
al funk e alla disco, il soul diventa universale e l’Europa vive una stagione
di contaminazioni sorprendenti.
In questo scenario emergono The Grandells, band filippina nata nel circuito asiatico
dei club e poi trapiantata in Europa parte di quella generazione di musicisti che,
spinti dalla passione per la musica afroamericana, portano groove, armonia
vocale e mestiere nei locali di Hong Kong, Tokyo, Roma e Milano.
Quando firmano con Durium, etichetta
italiana attenta alle sonorità internazionali, The Grandells hanno già un suono
maturo, costruito su anni di esibizioni live. Il disco The Grandells
è dunque il punto d’incontro tra due mondi: la professionalità da “showband” filippina e la
libertà sonora del pop-funk europeo degli anni Settanta.
È un album “meticcio”, luminoso, sincero, e forse proprio per questo unico.
L’apertura
con “Mister Penguin”
è una dichiarazione di energia: groove funk serrato, chitarre taglienti, cori a
più voci e un basso pulsante che riporta ai War e agli Average White Band. La
sezione ritmica è precisa ma vibrante, e la voce di Chito Sibayan si muove tra l’urgenza
soul e la teatralità pop, evocando Curtis Mayfield e Tom Jones in egual misura.
“Ben”, dolce ballata soul, mostra la loro
anima romantica e la sensibilità melodica tipica delle band filippine
dell’epoca: armonie vocali cesellate, arrangiamenti curati, interpretazione
calda e malinconica.
“Vaya Con Dios” e
“Long, Long Gone”
fondono elementi di folk e latin-soul, mentre “My Little Gal” e “For You Baby”
richiamano il sound californiano, tra Eagles e Doobie Brothers, ma con un tocco
più emotivo, quasi da serenata urbana.
Sul lato B, la band esplode: “The Cisco Kid” (cover del celebre brano dei War) è una
scarica di groove perfettamente eseguita, ma anche reinterpretata con
personalità. I Grandells la fanno loro, la trasformano in una celebrazione
collettiva di ritmo e libertà.
“I Woke Up in Love This Morning”
e “Two Divided by Love”
portano nel disco il pop-soul di matrice americana, ma con una freschezza
diversa: è come se la band suonasse sempre con un sorriso nascosto dietro la
fatica.
“Animal Love” è un piccolo capolavoro di acid-funk
mediterraneo: wah-wah, synth, e una chitarra che cita Santana, George Benson e
il primo David T. Walker.
La chiusura, “Summer Band”,
è un dolce commiato: una canzone che profuma d’estate, di nostalgia, e di
palchi improvvisati al tramonto.
The
Grandells è un disco
che non appartiene a una sola geografia. È Asia che incontra l’Europa, l’Italia che abbraccia
l’America nera, e tutto si fonde in un linguaggio universale:
il ritmo, il canto, il soul.
A differenza di molti gruppi del
periodo, The Grandells non imitano traducono. Si sente l’esperienza da band da
palco: ogni brano è pensato per essere suonato, vissuto, condiviso.
Il loro è un funk con disciplina, ma anche con
calore.
Le voci, spesso intrecciate, rimandano alla tradizione corale filippina; gli
arrangiamenti, curati e puliti, riflettono l’approccio da studio Durium; ma al
centro rimane sempre l’energia del live, quella capacità di trasformare un
brano soul in un piccolo rito collettivo.
Criticamente, The Grandells
è interessante perché mostra un altro volto della globalizzazione musicale pre-digitale:
un tempo in cui le culture si mescolavano non per algoritmo, ma per viaggi,
incontri, tour, serate nei club.
Ascoltare
The
Grandells è come entrare in un locale del ’75, tra Roma e Manila,
dove il pavimento vibra sotto i bassi e i fiati scaldano l’aria.
Chito Sibayan sorride, muove il microfono, e attacca “Mister Penguin”. I fiati
rispondono. Le luci sono basse, i coristi si guardano.
Un gruppo di ragazzi italiani e americani balla senza sapere che sta assistendo
a un piccolo frammento di storia: il suono di una band filippina che sta
insegnando all’Europa come si suona il soul.
C’è ironia, c’è passione, c’è mestiere ma soprattutto c’è umanità: quella che attraversa le
frontiere con una chitarra in mano e un cuore pieno di groove.
Oggi
The
Grandells è un album dimenticato, ma è proprio il tipo di perla che
i collezionisti di rare groove e i DJ funk amano riscoprire.
Racchiude un mondo: la diaspora musicale asiatica, la scena italiana di metà
anni ’70, e l’influenza della musica black come lingua globale.
In un’epoca di identità musicali liquide, The Grandells suona
profetico: un album globale prima che la
parola esistesse.
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