Nel 1957 Eydie Gormé è già una presenza consolidata
nel firmamento del pop vocale americano. Proveniente dalla scuola televisiva di
Steve Allen e partner artistica (e poi moglie) di Steve Lawrence, la Gormé
incarna una stagione in cui le voci femminili del jazz e del pop navigano tra
sofisticazione orchestrale e swing controllato un territorio intermedio tra
Ella Fitzgerald e Doris Day.
Con Eydie Swings the Blues, la Gormé affronta
un repertorio classico del songbook americano con un taglio deciso: non l’ingenuità
pop, ma la profondità emotiva del blues filtrata attraverso il glamour
orchestrale di Don Costa.
Costa, arrangiatore dal tocco cinematografico e dalla sensibilità moderna
(futuro collaboratore di Sinatra e Paul Anka), costruisce per lei un ambiente
di velluto e ottone, dove ogni nota della voce può brillare, sussurrare, o
ferire con discrezione.
Fin dall’apertura, “I Gotta Right to Sing the
Blues”, il titolo è una dichiarazione di poetica. Gormé non è una cantante
di blues nel senso stretto del termine non cerca la cruda intensità di Bessie Smith o
Dinah Washington ma interpreta il blues
come stato d’animo, come gesto emotivo raffinato.
La sua voce, lucida e pastosa, passa dall’ironia all’abbandono con un controllo
quasi teatrale. Costa accompagna con un’orchestra che respira: fiati lucenti,
archi discreti, un contrabbasso che pulsa appena dietro il ritmo.
“When Your Lover Has Gone” e “I Got It Bad (And That Ain’t
Good)” sono esempi perfetti della sua arte: un fraseggio che non forza mai,
ma lascia emergere la malinconia attraverso la precisione. È una malinconia “di
velluto”, figlia dell’America notturna dei club e delle luci al neon, non del
delta del Mississippi.
Nel cuore del lato A, “When the Sun Comes Out”
e “After You’ve Gone” rivelano la dimensione jazzistica più aperta del
disco: swing elegante, arrangiamenti aerei, voce che danza sopra l’orchestra
senza mai farsi inghiottire.
La chiusura di lato con “Don’t Get Around Much Anymore” è una piccola
lezione di stile: l’ironia di Duke Ellington si tinge di una nostalgia adulta,
più sofisticata che amara.
“Blues in the
Night”, con il suo
crescendo drammatico, è forse il vertice interpretativo del disco: Gormé
padroneggia il testo come un’attrice, piegando le parole con una musicalità
controllata che non scivola mai nel melodramma. Costa la sostiene con
un’orchestra che cresce come un temporale: archi che sfrigolano, ottoni che
minacciano, ritmo che pulsa.
“The Man I Love” e “Stormy Weather” due standard resi immortali da Billie Holiday
e Lena Horne sono affrontati da Gormé
con rispetto ma senza imitazione. Dove Holiday trovava la verità nel silenzio,
Eydie la trova nella chiarezza: le sue note sono scolpite, luminose, quasi a
voler riscattare la malinconia con la bellezza della forma.
“You Don’t Know What Love Is” è invece puro pathos da camera: la
voce fluttua sopra un arrangiamento rarefatto, che sembra sospeso nel vuoto.
“Can’t Help Lovin’ Dat Man” riporta un tocco di dolcezza e sensualità,
mentre la chiusura con “A Nightmare Can Sing the Blues” brano minore ma perfettamente coerente con il
concept suggella l’album come un viaggio
nel sentimento più che nel genere.
Eydie Swings the Blues non è un disco di blues
tradizionale: è un album sul modo di “abitare” il blues attraverso la forma
orchestrale.
La Gormé non grida mai: suggerisce. Non forza l’emozione: la lascia sedimentare
nella precisione. È la voce della “New York di mezza notte”, dove il dolore si
traveste da eleganza e la malinconia diventa arte decorativa.
Don Costa, con arrangiamenti che alternano swing
vivace e languore sinfonico, costruisce un equilibrio perfetto tra jazz e pop
orchestrale. È musica da ascoltare con un bicchiere in mano, nel riflesso di un
jukebox spento un’America sofisticata e
malinconica che guarda già agli anni Sessanta, ma con la grazia del decennio
precedente.
Negli anni, Eydie Swings the Blues è rimasto un
titolo “di culto” tra collezionisti e amanti del vocal jazz. In un periodo in
cui Ella Fitzgerald pubblicava la serie dei Songbook e Peggy Lee sperimentava
con il cool jazz, Eydie Gormé trovava la sua voce nella fusione di
teatralità pop e rigore jazzistico.
L’edizione italiana su La Voce del Padrone (QCLP
12044) è oggi un oggetto prezioso: non solo per la qualità audio, ma per la
copertina elegante e per la testimonianza di un’epoca in cui la voce femminile
rappresentava il punto più alto della produzione musicale popolare colta
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