Quando
si prende in mano il piccolo 7” della Showmusic con la grafica essenziale dei
primi anni ’80 e quella promessa di “orchestra” che rimanda a mondi più grandi
dello spazio ristretto di un 45 giri non
si sospetta immediatamente che dentro ci sia un tentativo, timido ma sincero,
di fondere modernità elettrica e tradizione viva.
E invece Suonname
/ Vesuvio è proprio questo: un crocevia musicale in cui Giacomo
Simonelli, arrangiatore dalla solida formazione classica e spirito pop, tenta
di far dialogare l’anima napoletana con l’estetica rock-sinfonica dell’epoca.
Giacomo
Simonelli è uno di quei musicisti che sfuggono alle schematizzazioni. Formatosi
al conservatorio come pianista, passato dalle esperienze beat degli anni ’60
alla produzione e alla composizione per altri artisti, negli anni ’70 aveva già
dimostrato una vena sperimentale, basti ricordare il suo lavoro In
discoteca, con richiami al progressive italiano.
Arrivato al 1981, Simonelli porta con sé questo bagaglio: conoscere la
struttura, ma disinnescarla; amare la melodia, ma volerla rendere più scenica,
più grande.
“Suonname” è il brano più immediato del disco,
quello che cerca il pubblico senza rinunciare a un certo nitore orchestrale.
L’introduzione sembra voler aprire una finestra: archi sintetizzati che si
allargano, un ritmo moderato che richiama la canzone leggera, e poi la voce calda, un po’ teatrale, diretta.
La struttura del brano è semplice, quasi
classica: strofa, ritornello, un intermezzo orchestrale che vuole dare respiro.
Qui emerge la presenza dell’orchestra: fiati e archi non come decorazione, ma
come tentativo di “elevare” un brano pop verso una dimensione più ampia. Non
siamo davanti al sinfonismo complesso dei grandi gruppi progressive, ma c’è
comunque un gusto per l’arrangiamento che supera la media della canzone
italiana da 45 giri.
Criticamente, “Suonname” funziona sul piano
melodico, mentre sul piano della personalità resta sospesa: non è abbastanza
pop da essere una hit, né abbastanza audace da diventare un piccolo gioiello
prog-pop. Rimane un brano onesto, curato, che scommette più sul sentimento che
sull’originalità.
Se
il lato A guarda al pubblico, “Vesuvio” guarda invece alla terra.
Il titolo è già un manifesto emotivo: una parola-simbolo che racchiude storia,
identità, vulcano, mito, pericolo, fertilità.
E qui entra in scena il coro dei Cantori Napoletani, che avvolge l’inizio del brano come
una nebbia antica: voci profonde, quasi liturgiche, un richiamo che viene da
lontano.
È forse il momento più interessante
dell’intero disco: un coro tradizionale dentro un contesto pop-rock-sinfonico è
una scelta tutt’altro che scontata. Simonelli orchestra il tutto con rispetto:
la musica non “schiaccia” il coro, ma lo accoglie, lo sostiene, lasciando che
la loro timbrica porti con sé il peso culturale del brano.
La canzone si sviluppa come una
traiettoria ascendente: prima il coro, poi la sezione ritmica, poi archi, poi
voce.
“Vesuvio” non è solo un luogo: è un simbolo emotivo, quasi un personaggio.
L’arrangiamento sembra voler costruire un paesaggio sonoro, più che raccontare
una storia.
L’atmosfera cresce fino a un finale che ha qualcosa di cinematografico, come se
il disco volesse superare i suoi limiti materiali, quei tre minuti e mezzo, per
diventare un piccolo affresco.
Criticamente, “Vesuvio” è più convincente di
“Suonname”: più audace, più identitario, più rischioso. È un brano che avrebbe
meritato un respiro maggiore, magari un album concettuale, un lavoro
orchestrale più ampio. Così com’è, rimane il frammento di un’idea bella e non
completamente sviluppata.
Suonname
/ Vesuvio è un 45 giri
“di confine”:
non pop commerciale, non folk tradizionale, non rock vero e proprio, ma un
terreno di mezzo in cui Simonelli cerca di tenere insieme tutte le anime della
sua carriera.
L’ambizione è evidente: orchestrazioni,
coro, temi identitari, una scrittura che vuole essere più elevata del semplice
intrattenimento.
Il limite, semmai, è nella forma: due brani così densi avrebbero avuto bisogno
di un contenitore più ampio per svilupparsi pienamente.
Non
è un disco che cambierà la storia della musica italiana, e non pretende di
farlo.
Ma è un oggetto affascinante per chi ama: le produzioni minori ma curate degli
anni ’80, le contaminazioni tra pop e tradizione, i tentativi di costruire
“paesaggi sonori” prima che la world music diventasse una moda, la Napoli
evocata non come cartolina, ma come sentimento.
È un piccolo vinile che profuma di
sincerità, di mestiere, di un’Italia che provava a essere moderna senza
recidere le sue radici.
Una scheggia musicale, forse imperfetta, ma piena di anima.
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